Vanni Santoni.
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I fratelli Michelangelo.
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Parte 1.
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2019. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Antonio Michelangelo  un uomo che ha attraversato il Novecento: dirigente di alcune delle maggiori aziende del paese, artista riconosciuto in pi campi, i suoi risultati pubblici sono eguagliati solo dai disastri privati che  riuscito a inanellare.
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Un giorno, dopo anni di silenzio, i suoi cinque figli, avuti da quattro diverse compagne, ricevono da lui un solenne invito a raggiungerlo a Saltino di Vallombrosa, la localit in mezzo ai boschi della Toscana dove si  ritirato. Quattro di loro - Enrico, Louis, Cristiana e Rudra -, ognuno con aspettative diverse, si mettono in viaggio da Tel Aviv, Bali, Londra e Stoccolma per partecipare a questa misteriosa riunione familiare.
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Santoni ci racconta le vite dei quattro fratelli e li conduce uno dopo l'altro verso l'appuntamento col padre: Enrico, cresciuto nella convinzione di essere figlio di un altro uomo, sta passando un periodo in Israele proprio alla ricerca delle radici del suo presunto padre; Louis si barcamena da anni tra lavoretti in un villaggio turistico di Bali, tentativi imprenditoriali nel subcontinente indiano e traffici illeciti; Cristiana, ossessionata dall'ambizione di emergere nella scena dell'arte contemporanea, si sposta convulsamente tra le capitali europee di tendenza in cerca di una svolta; mentre Rudra, sportivo e biologo, si  trasferito giovanissimo il pi lontano possibile dalla sua famiglia disfunzionale, ha sposato un ragazzo svedese e oggi lavora in una scuola materna.
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Per la prima volta nella storia della famiglia, i fratelli saranno sotto lo stesso tetto: cosa vuole da loro Antonio Michelangelo?  forse in fin di vita? Vuole disporre delle sue ultime volont? Oppure ha deciso di rivelare ai figli qualcosa di importante, terribile, inconfessabile?
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Una galleria di personaggi memorabili, ognuno geniale e fragile a modo suo; un intreccio tanto solido quanto imprevedibile; una penna che spazia con maestria tra i registri letterari: siamo di fronte all'opera della maturit di un romanziere puro, capace di costruire un'epica familiare contemporanea degna del Wes Anderson dei Tenenbaum e del Franzen delle Correzioni.
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L'Autore.
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Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli, 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza, 2011), Muro di casse (Laterza, 2015), La stanza profonda (Laterza, 2017, candidato al Premio Strega).
Per Mondadori ha pubblicato la serie Terra ignota (2013-14) e L'impero del sogno (2017).
Dirige la narrativa di Tunu e scrive sul Corriere della Sera.
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Ringrazio tutti gli amici che mi hanno aiutato con la revisione.
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Questo libro  per J.
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He stood and call'd
His Legions
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In Vallombrosa, where the Etrurian shades
High overarch'd embower...
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CAPITOLO 1.
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Sei sveglio?
Colette?, dice lui, e apre un occhio. Solo l'occhio destro, e la vede nello specchio sulla parete di fronte, nuda e bocconi, come posata sopra le lenzuola di lino ricamato, e poi viva accanto a s, che gli dice, piano:
Oui. Sei venuto a letto tardissimo, stanotte.
Lui si volta appena, ne inspira l'odore:
Dovevo finire l'ultimo pannello.  stato un sogno, adesso, a svegliarmi.
Le mogli?
Cosa intendi, di grazia?
Ieri hai detto di aver sognato le mogli, ricordi, e ti ho chiesto se c'ero anch'io.
No. Qua eravamo...
C'ero, quindi?
S.
E cosa facevo?
Mi dicevi: Non hanno capito che sei solo un contadino?
Ah oui? Et pourquoi?
Parce qu'ils devaient me manger.
Ma non c' molta carne qui, dice lei mordendogli il costato, tutto tendini e ossa, e cotenna. E chi doveva farlo, sentiamo.
I miei figli.
Ah, dice lei, e si scosta un poco.
Cosa?
Niente, dice, e tira su di s il primo lembo di lenzuolo che trova a portata.
Dimmi.
Perch non mi parli mai di loro? Ne hai parlato anche a quella l del giornale. Con me, mai.
Ecco: cambiamo soggetto.
 per la mia et?
Falla finita.
Falla... finita?! Sgrana gli occhi, si alza in ginocchio sul letto.
Ti avevo chiesto di farti un giro, questo fine settimana. Sei voluta rimanere.
Ancora con questa storia? Cos', devi dirmi qualcosa?
Spiegati.
Che... Ma niente, dice lei e si mette seduta sul bordo del letto.
Dimmi.
Si volta. Che ti girano perch non hai potuto far venire una tua amante.
Una mia amante! No, Colette, niente del genere. Hai voluto fare a modo tuo? Ebbene, allora io faccio a modo mio.
Lei afferra l'abito dalla sedia e ci si infila dentro. Poi ficca i piedi nelle scarpe e dice:
Meglio se vado a comprare il pane.
Il suo sbattere la porta, forte ma controllato, come a rimarcare il risentimento senza per escludere una successiva pacificazione, gli strappa un sorriso. La ascolta scendere le scale, attraversare il salone, l'ingresso; attende il rumore della porta sotto, poi a sua volta si alza in piedi, si stira. Si vede nello specchio: lungo, scuro, fibroso; i peli ispidi, sulle spalle pi che sul petto, e quasi tutti ancora neri; il sesso pure scuro - un caprone davvero, come scherza lei a volte. Prima di tornare a letto si porta al finestrone, vagheggiando di vederla passare, anche se sa che  uscita dalla porta sul retro e prender quindi l'altra strada. Vede passare, invece, una macchina. Un piccolo fuoristrada Suzuki, di quelli che andavano di moda una quindicina di anni prima, e che aveva anche sua moglie Beatrice: sarebbe facile allora immaginarci dentro uno dei suoi figli, sempre che siano venuti in auto. Sempre che siano venuti, in effetti. Verranno? Da questo finestrone, pensa, non si pu tener d'occhio che un pezzetto di strada, ma li si pu perlomeno immaginare: Cristiana, Rudra, poi Louis, e ancora Enrico, qualunque sia il suo volto, uno dopo l'altra... Si fa presto, poi, a dire pezzetto di strada:  pur sempre la curva del Belvedere, quella dove - ricordi, Rudra? Cristiana? - ci fermavamo quando scendeva il buio e giocavamo a riconoscere i paesi a valle, nidi di stelle capaci ogni volta di meravigliarci; a trovare il punto dietro ai colli dove stava Firenze, il suo chiarore simile a quello di un'alba imminente, e ancora la S dell'Autostrada del Sole, un nastro di luci che aveva sempre la pulsazione del futuro, anche se in quelle estati marcavo i cinquantasei anni, i cinquantasette. In queste sere, i paesi mi sono apparsi come vaghe e sparse lucciole; il chiarore di Firenze quello di un residuo di brace, e la S dell'autostrada una sig: una distesa e molle, come un sigillo a un tempo esiziale e stanco... A ogni nazione  dato un termine, e quando il suo termine giunge, non v' uomo che possa farlo arretrare o affrettare di un'ora: cos'era, la Sura del Limbo? Ma forse, forse sono solo io. Io che, fissato un mio termine, messe in moto le mie intenzioni, non posso che tendere a una cosa: al vostro arrivo, nel quale non mi resta che sperare, visto il mistero che da solo mi sono imposto e creato.
Pure, arrivano. Sparsi, ma tutti quel giorno; tutti nel giorno che gli  stato indicato, nonostante siano partiti da luoghi lontani o molto lontani. Nonostante siano partiti da Stoccolma, Londra, Bali, Tel Aviv.
Rudra, anzi, deve essere partito dalla Svezia nella notte, se ha gi avuto il tempo per una prima ricognizione: se lo si pu riconoscere nella figura che discende da una ripida sterrata, la sacca militare in spalla e l'andatura molle a dargli un'aria minacciosa subito sciolta dal venirgli incontro di un tipo biondo e dinoccolato, che si trascina dietro un trolley di smalto rosso.
Till sist! Se ci mettevi ancora cinque minuti...
Ti avevo detto di aspettarmi all'Abbazia.
Non ti vedevo arrivare!
Va bene. Muoviamoci.
Dove vuoi andare, adesso?
All'Arboreto.
Aha?
Il giardino botanico. Davanti all'Abbazia, appunto.
Ma cos'hai, oggi?
Senti, Mats, dice a mezza bocca, poi, senza finire la frase, tira fuori il cellulare.
A chi scrivi?
A Cristiana. Scrivo a Cristiana.
Ed eccola, a bordo della vecchia Suzuki Vitara che qualche minuto prima passava dalla curva del Belvedere: ecco che agguanta dal cruscotto il Nokia che segnala l'arrivo di un sms, se lo infila in tasca e finisce di parcheggiare nella strada dietro l'unico bar del paese, poi si guarda di fronte e di profilo nello specchietto, prende dal sedile del passeggero uno zaino e una cartellina e scende. Non fa due passi ed  gi inciampata. Si alza, sbuffa, controlla che la Canon che ha al collo sia a posto, si pulisce i palmi dall'erba e dal ghiaino; poi raccoglie la cartellina e tutti i fogli che si sono sparsi a terra. Per prima, una cartolina. Soffia via la terra, si prende il tempo di guardarla ancora una volta:
Raccoglie poi una specie di modulo, un mezzo foglio da disegno con disegnata sopra una piantina, e ancora una lettera con alcuni passaggi evidenziati, su cui pure si sofferma: per Enrico, l'Abetina ... Louis, dai frati ... Rudra al Principe di Savoia ... E tu.... Ficca tutto dentro e intanto risale da una scaletta di cemento fino a un giardino al cui centro rist una fontana con mascheroni di fauni; da l procede a colpo sicuro fino a un basso pannello bianco con scritto, a vernice verde, GRAND HOTEL. Giunta sulla soglia del cancello, da cui l'albergo si mostra nella perfetta simmetria di ogni pur decadente elemento, Cristiana si ferma, appiccica un adesivo su uno dei colonnini, poi mette la Canon in modalit video ed entra filmando davanti a s.
Intanto, un uomo alto e grosso scende dall'unica altra auto giunta a Vallombrosa-Saltino quella mattina: un taxi con la sigla di Firenze. Fanno ottantasei, dice il conducente; lui tira fuori di tasca un rotolo di banconote, cerca gli euro tra varie valute, lascia un pezzo da cento e procede verso l'Abbazia mentre il taxi riparte lungo la statale. Le mura paiono sbarrate. C' solo un ometto che spazza il parcheggio laterale, su cui d un'altra porticina, pure chiusa.
Scusi, lei.
Icch c'.
Questa  l'Abbazia. Sbaglio?
Gl' questa s.
 da qua che si entra?
Entrare? No, no, 'un si ple.
Come?
Dico, ora 'un si ple.
Ascolta, bagonghi...
Oh, oh, stia bono, o' cosa fa? Mi lasci, abbia pazienza...
C' una camera qui a mio nome. Michelangelo. Louis.
No, no... dice quello alzando gli occhi verso l'Abbazia, iernotte hanno sfondato l'uscio dietro... Ora 'un si ple... Che mi potrebbe lasciare, per cortesia?
Louis gli fa poggiare di nuovo i tacchi a terra e alza a sua volta lo sguardo. A una finestra scorge la capoccia tonsurata di un frate. Gli fa un cenno ma quello scompare dalla visuale. Allora molla l'ometto:
E va bene, tanto mentre il taxi mi portava qua ho visto un albergo, fanculo.
Ecco, infine, sull'altro versante, una Renault Clio metallizzata che sale dal Valdarno per Loro Ciuffenna, costeggia i pascoli in mezzo ai quali si staglia rossa di antiruggine la Croce del Pratomagno e attraversa la spianata di ripetitori e fienili di Secchieta per sbucare a Vallombrosa da dietro l'Abbazia. Da l scende verso il Saltino e si ferma a mezza strada, davanti a quell'Hotel Abetina che, per il biancore umido delle mura e gli sparsi anziani sulle sedie del giardino, darebbe anche al pi superficiale degli sguardi l'immediata impressione di un sanatorio; e quello del ragazzo che esce dalla Clio non si limita a ricevere tale impressione, ma ne esprime a sua volta una: un senso di spaesamento, come quello di chi, ogni minuto di pi, si chieda come sia finito in un certo luogo.
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CAPITOLO 2.
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IL FU ENRICO ROMANELLI.
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Senti, Enri, ti devo dire una cosa, vieni a Viareggio?
Si capisce che se tua madre ti telefona a tarda sera, mentre sei all'estero, e attacca cos, senza prima chiedere come stai, come sta andando il viaggio, se hai mangiato sano, cos'hai fatto durante il giorno, senza lamentarsi che ieri non l'hai chiamata e soprattutto senza dire la cosa subito, lei che in genere ti tempesta di informazioni anche inutili, ti preoccupi, pensi subito a dei gran casini, il tempo di arrivare a dire Che c', ma', e la stanza viene gi, il telefono nella mano diventa l'unica cosa ferma mentre gli scaffali pieni di volumi dalla costola incomprensibile, i quadretti buffi al muro, la scrivania piena di album da disegno e bottiglie di Goldstar trasformate in vasi da fiori, tutti gli oggetti di questa gente che ti ha affittato casa per un mese precipitano in una vertigine di pensieri oscuri e generici... Punti di nerofumo, in fondo, i peggiori: l'ombra della malattia, della morte, tutto un carico di dolore, sbattimenti e responsabilit da gestire, mi do arie da persona in pieno controllo, la gente ci crede pure (e anch'io un poco), ma sono ancora per lo pi confuso, se ora accadesse qualcosa anche alla mamma, mi toccherebbe mettere davvero ordine, un ordine radicale, rapido e quindi approssimativo, io che ho sempre organizzato l'esistenza allo stesso modo in cui si fa un acquarello, mentre quello in arrivo sarebbe un ordine spietato, architettonico, foriero di cambi in peggio di un paradigma che, a parte le solite cose - il denaro che potrebbe esser di pi, la SISS da fare e il periodo di supplenze che ne seguirebbe prima di poter aspirare a un posto di ruolo, le questioni dello spirito (sulle quali dovrei star lavorando proprio adesso), il loro conflitto col desiderio -, non si  neanche assestato male, proprio niente male... Un buon disegno, un passo dignitoso, un'esistenza che si sarebbe potuta dire forse immatura ma funzionante, diciamo pure godibile, sporcata giusto da un panorama di ansie in fin dei conti vaghe, saranno due anni, anzi tre, che non prendo un mezzo Xanax...
Mamma, se mi dici cos mi preoccupo.
Ti preoccupi? E di cosa?
... Vaghe ma pronte a tornare, a precipitare: la sensazione di essere su una nave di cui non si  mai vista la sala macchine; la possibilit che non vi sia alcuna sala macchine; la sensazione di stare in un mondo mosso da rotelle che si formano per pura contingenza nell'entropia (e il desiderio come unico appiglio, una corrente capricciosa che scorre all'interno di tale incertissimo apparato)... Per forza le persone, quando i genitori invecchiano, si ammalano, muoiono, corrono a sposarsi, si impegolano in mutui, si riproducono sebbene il giorno prima si lamentassero di non aver soldi neppure per s: almeno si collocano in mezzo a qualcosa, piccoli sistemi di spaziotempo all'apparenza controllabili, sistemi addirittura di potere alla nascita dei bambini, la delega della questione del senso alla sola biologia... Forse quando il babbo  morto avrei dovuto sposarmi, e invece tempo sei mesi mi sono lasciato, sono rimasto con la mamma anche se la mamma  a quattrocento chilometri da casa mia e a tremila da dove mi trovo adesso... Cos ora il destino viene a castigarmi per aver mosso in direzione contraria, insana...
Dai ma', che mi finisce il credito, cosa c', cos'hai?
Io? Ah, io niente. No, no. Io? Figurati. Ih ih.
Ti prego, fai la seria.
Tranquillo, Enri, dai tranquillino. Vieni allora?
Prima dimmi cosa c'!
Ma niente...  su tuo padre, ecco.
Sul babbo?
Penso a mio padre, l a decomporsi, sempre che sia possibile farlo in una bara zincata, in un loculo di cemento chiuso da una lastra di marmoresina, cosa vuoi decomporti se te ne stai l rivestito di abiti e zinco e legno e cemento, certo cos non possono arrivare i vermi, a meno che non si formino da soli come si credeva una volta... Un giorno, da piccolo, al mare, avevo portato il solito carico di chiocciole - gli insetti mi facevano impressione, i ragni mi terrorizzavano proprio, ma in compenso ero in fissa con le chiocciole e all'epoca la passeggiata di Viareggio era piena di agavi che ne erano infestate, le raccoglievo a dozzine e le portavo a casa - e ce n'era una veramente grossa, girava per il giardino lasciando la sua scia brillante ma qualcuno la pest, a quei tempi non avevamo ancora comprato la casa in cui poi la mamma si  trasferita e stavamo da questa vecchia coppia che d'estate si spostava nei fondi e faceva una vita nascosta, umbratile, l'unica loro manifestazione il giretto in giardino del marito, uomo grosso e silenziosissimo, sui settanta, occhiali fum, piedi pesanti nei sandali, mezzo cieco faceva il suo giro godendosi una Merit, pestando chiocciole, e quella chiocciola morta ben presto nel caldo prese a far vermi, sembravano uscire dalla sua carne e mangiarla e mangiarsi a vicenda mentre io accoccolato assistevo inorridito e incantato e intanto arrivavano anche le formiche, ma  chiaro che chiuso l nello zinco, senza mosche o chiss quali esseri cton a deporre uova, niente larve, vermi e bigattini, niente vita dalla morte, te ne stai l a seccare, a ridurre, a torrefare; forse in alcuni casi, stanti determinate condizioni termoigrometriche, a mummificare, cosa che mio padre, il prof Paolo Martini, farebbe senz'altro con modestia e un filo d'ironia, fino al giungere del momento di sgomberare il loculo, togliere la lapide (che poi d nell'occhio, l al cimitero di San Giovanni Valdarno, quella lapide con la Stella di David, pare quasi un vezzo da originaloni), tirar fuori la carcassa del povero babbo, veder se  mummia o mucchio d'ossa in completo blu (neanche il kittel, gli abbiamo messo... La stella sulla lapide s e il kittel no, tutto fatto alla cazzo come sempre quando c' la mamma di mezzo...) o ancora assistere al mistero tremendo dell'inavvenuta decomposizione, e consegnarla... A chi si consegna? All'ossario, forse, oppure a una tardiva cremazione - sarebbe curioso, seppellire per poi cremare, equivarrebbe a sostenere che l'anima ha un certo tempo per andarsene dallo zinco ai grandi e giusti lidi, e quello che rimane, a quel punto,  davvero solo spazzatura, buona da bruciare, da termovalorizzare...
Lo vogliono togliere?
Cosa?
Dico, lo vogliono rimuovere dal cimitero per far posto a un altro morto?, e mi sovviene l'unica volta in cui vidi il babbo in qualche modo avventuroso, e in qualche modo giovane: una gita domenicale, io piccolo, sei o sette anni, la scoperta di un cimitero abbandonato dalle parti di San Gusm, e lui un ragazzo che andava tutto pieno di esaltazione ad aprire cancelli e scoperchiare pozzi fino al brivido gaio della scoperta, Uuuh! Venite a vedere, qui c' l'ossario!
Ma come ti viene in mente, Enri? No, figurati. Dopo cos poco tempo, poi... No, no,  una cosa sul babbo, s, ma che ti riguarda... insomma vieni,  importante, te la devo dire di persona.
Ti ricordo che il mio volo  tra dieci, no, undici giorni.
Te l'ho preso.
In che senso, ma'.
Ti ho comprato un biglietto. Guarda nella mail.
Ma se non sai neanche cercare una roba su Google!
L'ho preso con l'agenzia. Parti domani...
Domani quando?!
Le sette di mattina...
(che, calcolando l'anticipo con cui si deve andare all'aeroporto da queste parti per farsi interrogare e perquisire, fanno le tre e mezza. Ed essendo ora le ventitr...)
Mamma, cazzo.
Enri, non fare storie.
Ti rendi conto del culo che mi sono fatto coi corsi per strappare questo mese libero?
 una cosa importante, davvero.
Cos importante che non me la puoi dire tra dieci giorni?
Sarebbe troppo tardi. Insomma, vieni, poche storie. Ha a che fare con tuo padre, te l'ho detto.
??? ????
A quella domanda, di cui comprendo solo l'intonazione, il suo essere, appunto, una domanda, la stanza riappare, riappaiono le bottiglie di Goldstar, i quadri alle pareti, riappare il letto dietro di me e... Come si chiamava? Shiran? Shiran, s, i soli piedi coperti dalle lenzuola:
What?
I said ??? ????, which means: what's up?
Uh, nothing, my mother...
Ah! La mamma!
Ci facciamo sempre riconoscere... Listen, Shiran, I'm sorry but I have to start packing... You know, my mother... Well, my mother is crazy.
For real?, ride lei dal letto.
That, is something I'll discover tomorrow.
E cos eccomi al Ben Gurion pronto a volare ad Amsterdam e di l a Pisa, per poi raggiungere Viareggio e sentire cosa mi deve dire quella donna. Sembra lontano il tempo in cui pensavo che segreti in casa non ce ne fossero, il babbo era mite, la mamma un mezzo caso, si compensavano e la situazione pareva tutta sul piatto; mai stato in idillio con nessuno dei due, ma casini grossi non ne avevo fatti mai, e men che meno loro; n era mai finita a barricate, tutti e tre condividevamo un modo d'essere, una sottocultura borghese nell'accezione buona, cultura del buonsenso, del compromesso e dell'aderenza, beninteso flessibile, a set non completamente rivoltanti di valori... Poi, alla morte del babbo, ecco quella storia dell'ebraismo, e adesso ne saltano fuori ancora di nuove... Ed  forse proprio perch qua c'ero venuto per il babbo, che accetto l'idea di tornare prima, di assecondare la mamma e le sue fisime, la sua urgenza... Visto il precedente, pur nell'angoscia mi piace, mentre conficco nelle orecchie i tappi e dimentico i mille bambini strepitanti in kippah e payot che agitano il volo, mi piace giocare col pensiero che mi sar trasmesso un segreto kabbalistico, una piccola Arca o almeno un golem, sebbene mia madre sia di schiatta toscana, e anche il babbo come ebreo non fosse un granch, visto che non se ne era mai saputo niente, visto che era addirittura diventato un non detto, in pratica un segreto, e quindi non ho idea di cosa aspettarmi, forse quattrini? Conoscendo il babbo  pi probabile siano debiti, non che seminasse debiti, no, ma che si dimenticasse di pagare questo o quello, poteva capitare... Magari una vecchia macchina rimasta negli anni da qualche parte in Valdarno in un box, chiss magari anche il box, un immobile buono da affittare, ma allora la mamma avrebbe solo detto Vatti a prendere quell'auto, quel box, e soprattutto, se cos fosse stato, mai e poi mai quella sera, dopo il taxi da Florentin al Ben Gurion, dopo le perquisizioni, le domande, il test per gli esplosivi, il volo fino ad Amsterdam, l'attesa (ovviamente, prendendo il volo cos a ridosso, la mamma ne ha beccato uno con un tempo di coincidenza enorme), il cambio, il volo fino a Pisa, la camminata fino alla stazione, il treno da Pisa a Viareggio, l'avrei trovata gi a letto: ci sono infatti solo le luci soffuse dei due abat-jour in quella Wunderkammer di comodini antichi, tavolinetti, portatabacco, miniature, rami di corallo, specchi in cornice e figurine di giada (e libri, anche se non buoni come quelli che abbiamo a San Giovanni: da quando  qui, la mamma ormai legge solo noir, a parte qualche Adelphi residuo...) che  casa a Viareggio. Per la prima volta nelle nostre vite, la mamma  a letto invece che alzata ad aspettarmi. La situazione  grave, altroch.
La trovo al mattino dopo, a colazione, che la tradizione nostra marittima vuole alle dieci e un quarto. Ha preparato una bella tavola, ha pure fatto il bricco di spremuta. Dopo i baci, pi tesi del normale ma forse solo per il senso di colpa di non aver sputato tutto subito (per avermi fatto venire fin l per qualcosa di futile? Non so se sperare di no o di s), mette su il caff, sposta nel lavello due posate, raggiunge lo specchio piccolo che sta sopra il telefono, nel passaggio tra la sala da pranzo e il salotto, controlla il trucco di un occhio, della bocca, si aggiusta un riccio sulla testa, stacca la cornetta, la riattacca, ci ripensa e la stacca di nuovo, torna al caff, lo controlla, riabbassa il coperchio, si volta, e appoggiata con le due mani al ripiano della cucina dice:
A ottobre arrivano gli inquilini.
A San Giovanni? Si sa.
La casa andr svuotata...
Non si era detto di farlo a inizio settembre?
S,  vero. Per magari uno di questi giorni ci faccio un salto. Anche tu potresti fermarti a casa, poi andiamo insieme...
Andiamo insieme dove?
Alla tomba di Paolo.
Paolo? Intendi il babbo?
Ecco, s,  questo...
Cosa? Ohi ohi, mamma, dai. Ti prego.
Ma con Valeria ti sei proprio lasciato?
Cosa c'entra Valeria adesso... Lo sai, ci siamo lasciati prima che partissi per Tel Aviv.
Com' andata, allora, l?
Ma'! Di Tel Aviv parliamo dopo. Dimmi quello che mi devi dire.
Hai ragione. S, hai ragione. Ecco... C' una cosa sul babbo, su Paolo dico, un'altra cosa, che devi sapere.
Se adesso te ne esci che non  veramente ebreo o roba del genere, non so come reagisco, te lo dico. Ho fatto pure la domanda al tribunale rabbinico...
No, no.  che, vedi... Non sapevo neanche se...
Cosa?!
Insomma, Enri, piccolo, vedi. Uff.
Non soffiare...
Si alza, spegne il fornello. Poi va alla vetrina, si sofferma con lo sguardo sulla foto in cui eravamo io lei e il babbo, tutti vestiti bene, era stata fatta a un matrimonio di qualcuno l del mare ma ormai nel suo stare sempre su quello scaffale ci ha eternizzati come gente vestita a quel modo, come veridici socialites, prende il cellulare dallo scaffale, spippola. La guardo sconcertato. Lei fa:
Ti ho mandato un messaggio.
Cosa stai dicendo?
Un sms. Te l'ho mandato.
La guardo, fa siss con la testa. Allora vado in soggiorno, prendo il giubbetto, pesco il telefono dalla tasca mentre torno in cucina, il display  in effetti illuminato. Un messaggio non letto...
il babbo nn  il tuo vero babbo
Dalla cucina mi guarda con un'espressione da cagnetta che ha fatto il danno ma vuole, anzi si aspetta, che ne veda il lato buffo.
No dai.
...
Non ci credo, ma'.
Nella bolla che si forma, nello sbuffo di ovatta da cui mi ritrovo avviluppato, mi sembra di sentirla dire Prendi il corriere.
Eh?
Prendi il Corriere.
Mi volto verso il punto che indica. Sul tavolino da fumo, davanti alle statuette e alle bomboniere e al posacenere a intarsio dove mai si erano visti mozziconi (la mamma da tempo fumava solo una sigaretta dopo cena, e invece stamani se ne era sparate tre e neanche lo aveva svuotato), vedo il giornale.
Lei annuisce, dice qualcosa, attraverso l'ovatta passano le parole Le pagine della cultura.
E apro e cerco le pagine della cultura e non so neanche cosa aspettarmi per quanto abbia a questo punto un bisogno disperato di aspettarmi qualcosa. In apertura l'intervista a qualche solone, Antonio Michelangelo, figuriamoci, l'altro pezzo  una mostra alle Scuderie del Quirinale, poi c' un riquadro su Linus Torvalds, quello di Linux...
Be'?
Eh.
Mamma, perdio.
Quello l.
Cosa?
Quello l in foto.
Ora, ci sono tre foto su quella pagina di giornale. Linus Torvalds nell'atto di esultare. Un autoritratto di Albrecht Drer con un cardo in mano. Antonio Michelangelo. A mezzobusto, il regista-scrittore-dirigente-quel che era, davvero molto anziano e vestito come una persona con un ruolo di rilievo in un'azienda degli anni Settanta, cravatta scura, giacca spigata... Alzo il giornale, guardo quel volto di vecchio. Gli zigomi, che risaltano per via delle guance scavate. Le rughe, poche ma davvero profonde. Il naso piccolo, leggermente inciso sul setto, i capelli e le sopracciglia di un grigio scuro, gli occhi rotondi e neri. Lucidi. Beady eyes, come diceva sempre Valeria... Come mi diceva sempre Valeria...
Dove vai? Ehi. Enrico. Enri!
Ce l'ho ancora impresso nel campo visivo mentre premo il tasto dell'ascensore e dietro alla sua faccia, alla sua giacca, alla sua cravatta, ai suoi occhi neri e rotondi, faccio in tempo a scorgere mia madre che esce di casa per fermarmi, ma essendo in ciabatte e vestaglia si sofferma sulla soglia quell'attimo che le fa perdere il tempo, e le ante d'alluminio si chiudono del tutto, e anche se potrebbe correre gi per le scale so che non lo far. Non la trovo difatti sotto, esco su via Zara, vado dritto verso la Passeggiata, verso il mare, vorrei fermarmi all'edicola per comprare quel giornale ma  pi forte il desiderio di allontanarmi da casa, sul viale becco il verde subito, non c' bisogno di premere il tasto della chiamata pedonale, che il babbo, che Paolo insomma, diceva sempre che dentro aveva una semplice molla e serviva solo a dar sfogo alle nevrosi del pedone... Eccomi gi dall'altra parte, eccomi sulla rotonda tra lo Zara e il Pinocchio, rotonda lastricata di cotto, ai nostri tempi rotonda da partitelle, anche se erano pi frequenti le partitone direttamente in mezzo alla Passeggiata, una cosa oggi certamente proibita, quei campi che nel ricordo erano anche pi lunghi di uno regolamentare, campi chilometrici come in Holly e Benji, cosa che il babbo, quando mi si affiancava davanti alla televisione non mancava mai di notare, Guarda, mi diceva, la porta avversaria emerge a poco a poco, si vede la curvatura terrestre, anche se era un po' come mettersi a commentare il fatto che un quadro impressionista non  realistico, e allora chiss cosa avrebbe mai potuto pensare di certi cartoni animati un vecchio come Antonio Michelangelo, sicuro non sa neanche chi  Mark Lenders... Due frasche strappate dalle siepi di pitosforo intorno a segnare le porte, infiniti tentativi io e il Pippolo di fare il colpo combinato di Holly e Tom, e ora nella rotonda ci sono due ragazzini con lo skate, girano piano, ogni tanto provano un'ollie senza convinzione e il mare alla distanza  di carta da zucchero, solo appena mosso; in fondo si scorge un surfista, tre, quattro, le braccia nere per via delle tute, stanno l a mollo ad aspettare un'onda che non pare imminente.
Mio padre dunque  quell'Antonio Michelangelo, vorrei dire: un quel che potrebbe pronunciare qualcuno che ne ha scoperto o rammentato l'esistenza solo oggi, per via dell'articolo visto sul giornale, quel tale Antonio Michelangelo, Antonio Michelangelo chi era costui, ma io Antonio Michelangelo lo conosco. Ho letto Serpi di Terrabassa. Ho visto La Sultana. Ho letto addirittura un suo pamphlet che usc allegato a un qualche settimanale, e mi sa che in casa c'era anche il catalogo di una sua mostra di incisioni... Tutta roba che era sempre stata in casa e che dovrebbe essere ancora l, di certo non me la sono portata a Roma, n la mamma se l' portata qua... Tutta roba che c'era in casa, e te credo che c'era... Non ci sono edicole intorno e a me manca una bici, sarebbe bello essere in un film degli anni Ottanta, chiedere in prestito lo skate a uno di quei ragazzini e schizzare fino al giornalaio-tabacchi in Passeggiata, ma non so neanche andarci sullo skate, cos ci arrivo a piedi, alla cartoleria, ne punto la T di Tabacchi arancione, ne varco l'entrata simile a un portale di Combray fatto di gommoni, pagaie, coccodrilli gonfiabili, palloni, secchielli e retine piene di biglie con dentro immagini di ciclisti e piloti, e il Corriere della Sera  finito, mi tocca andare fino al molo, e mi sa che lo dico ad alta voce e ho pure l'aspetto di qualcuno a cui quel giornale serve, perch il cartolaio mi dice:
Guarda, se vuoi ti do il mio, tanto l'ho gi letto.
Ah grazie, grazie mille...
Che fai, no no, niente soldi.  usato.
Eh ma grazie, dico, e gli faccio anche una specie di inchino, prendo il giornale ed esco, e mi piazzo col culo sullo schienale di cemento di una panchina, come quando da ragazzini passavamo le serate davanti al nostro bagno, chiss cosa facevamo, sempre l, ogni sera, tutta la sera... Apro il giornale a met, lo sfoglio fino alla cultura e mi guardo di nuovo la foto di Antonio Michelangelo, comincio a studiarla ma il fastidio del cellulare nella tasca rende imperfetta l'operazione, lo tolgo per metterlo in borsa, sette chiamate perse, due da Valeria e cinque dalla mamma, mi assesto finalmente in modo ineccepibile, riapro per bene la pagina e guardo Antonio Michelangelo: lo analizzo. Da sotto il polsino della camicia si intravvede un pezzetto di tatuaggio... Quel particolare, bizzarro in un uomo di settantacinque, forse anche ottant'anni, ecco, Antonio Michelangelo, nato a San Donato in Fronzano (Firenze) nel 1930, eh s, settantasette anni, mi pone in uno stato ancora pi incerto e suscettibile, ma mi viene proprio un vuoto sotto la gola quando l'occhio finisce su una delle domande di Cesarina Finzi, Lei ha quattro figli, oggi le famiglie italiane non fanno pi figli....
Cinque. Due figlie e tre figli, risponde Antonio Michelangelo.
Lei mi dice Cesarina Finzi, dice Cesarina Finzi a Enrico Michelangelo, porgendo il registratore ( gentile, Cesarina, ancora una bella donna, pure meglio dal vivo), ha quattro fratelli. Tu hai due sorelle e due fratelli, capito testone?
Guardi, Cesarina, ancora devo superare, diciamo, il disgusto, ecco s, disgusto, pi che sorpresa, pi che rabbia contro mia madre... Sapesse la nausea che mi d questo vecchio apparso a scombinare la mia pace, i miei programmi, non  che posso mettermi addirittura a pensare ai suoi altri figli. Facciano quel cazzo che gli pare, mi capisce Cesarina... S, lo cambi se crede, scriva facciano quel diavolo che vogliono', non  quello il punto, no...
Mi alzo, o meglio scendo, e non  scomparsa solo Cesarina Finzi, sono scomparse anche la panchina, la Passeggiata, Viareggio, faccio tre passi, sto in mezzo alla strada, bagno Vespucci dice una scritta rossa su un'architrave, e siccome ho un capogiro entro alla mia sinistra, dove scorgo delle poltroncine pure rosse; sar un bar, dice un rimasuglio di coscienza. Mi ci lascio cadere.
Tutto a posto, ber mi' giovane?
 una donna dall'aria abbastanza benigna a parlare, il locale si ricompone intorno a lei, banco del bar, dei gelati, i videopoker... Dentro, solo un omino in ciabatte e costume, prende il gelato, paga, se ne va...
S, mi scusi, un calo, mi sa, un calo di zuccheri... Un gelato, perch no, e mi alzo, ce la faccio a stare in piedi, mi prender un bel gelato.
Prender un gelato, dico.
Lei sorride, tranquilla:
Gusti?
Faccia lei...
Mi guarda strano. Vabb, dico, allora cioccolato.
E...?
Solo cioccolato, e distendo il giornale su un tavolino l accanto, torno da Cesarina, e da Antonio.
Dorfles la defin l'ultimo uomo universale'.
Nel '76.
Trova che non sia pi vero?
Non era vero neanche allora. Ma avevo esposto la serie dei Crocifissi a un evento legato alla Biennale, La Sultana doveva essere presentato a Cannes...
Se fosse stato presentato, se avesse magari vinto qualcosa, crede che avrebbe fatto altri film?
Cosa vuole che vincesse? Quell'anno c'era pure Scorsese. Io al massimo avrei fatto la scimmietta. Ma ne scrissero in molti, quello s. E l'idea di fare un secondo film esisteva, anche se non si  mai concretizzata. Poi in quel periodo c'era pure Germi che voleva fare il film da Serpi di Terrabassa...
Un anno notevole.
Un anno che poteva indurre alcuni, come Gillo, a esagerazioni. Tra l'altro La Sultana era il tipico film che piace pi agli altri registi che al pubblico.
In compenso Serpi di Terrabassa oggi si legge nelle scuole.
Solo perch  un libro sulla Resistenza pi corto di altri.
Forse la cosa che si vedeva meno erano le incisioni, che oggi sono al centro della sua riscoperta.
L'arte si vede sempre meno rispetto al cinema o alla letteratura. E poi per me erano un passatempo. Anzi, un modo per ricordare mio fratello, che mi aveva insegnato a disegnare.
Quindi anche Antonio Michelangelo ha avuto un maestro.
Non lo definirei un maestro. Ma  vero che mio fratello era un uomo straordinario. Era uno di quelli tornati a piedi dalla Russia, aveva camminato sui cadaveri, eppure era sempre gioviale, pieno di vita. Era un artigiano, eppure fu lui a leggermi i primi libri, a regalarmi la mia prima macchina fotografica...
E a insegnarle a incidere.
A disegnare. A incidere imparai quando, per mantenermi all'universit, trovai lavoro in una stamperia di Pisa. Fu la prima arte che praticai e l'unica che non smisi mai di praticare. Eppure  curioso che oggi mi cerchino per le incisioni. Credo sia la prova della pochezza del resto del mio lavoro.
Fa il modesto?
Se preferisce  la prova del fatto che anche l'artista meglio intenzionato finisce per sopravvalutare ci che di suo incontra il favore del pubblico.
Lei era ben intenzionato?
In realt no. Ma il fatto di mettere davanti il lavoro mi permetteva di non sopravvalutarmi troppo.
Ha avuto una bella carriera. IBM, poi direttore delle risorse umane in Olivetti...
A quei tempi si diceva direttore del personale. Ma lo diventai diversi anni dopo. Prima non ero che un quadro come tanti. E ho capito dove vuole arrivare.
Dove voglio arrivare?
All'Eni. Sbaglio?
Quell'uscita un po' rumorosa' contribuisce, oggi, al suo mito.
Non credo esista un mio mito, solo una piccola riscoperta. E quell'intervista... Chi se lo leggeva, un giornale come Avvenimenti', nel '97? L'unico effetto fu quello di far incazzare i vertici, tanto pi che io, visto ci di cui mi occupavo, come funzionassero certi meccanismi degli appalti nel terzo mondo, lo sapevo solo per sentito dire.
Sar una posa? S,  senz'altro una posa. Sei vecchio, un vecchio cialtrone, ormai sai di essere un vecchio cialtrone presuntuoso, e improvvisamente tornano a cercarti... Chiaro, tieni un profilo basso... Chiss cos'ha pensato la mamma a leggere 'sta roba. Quasi quasi la chiamo. Non che ce ne sia bisogno, ecco altre due chiamate perse, poi anche un messaggio, vabb leggiamolo...
c' anke una lettera
...
Pronto?
Mamma.
Ah, non rispondi, non rispondi, e poi chiami tu?
Che lettera?
Una lettera di tuo padre.
Per me?
Per me. Ma chiede anche di te.
Adesso, me lo dici!
Mi  venuto in mente ora...
Che cazzo c' scritto?
Stai calmo...
Che c' scritto...?
Te la faccio leggere.
Vengo a casa.
Sto andando in spiaggia...
Vengo in spiaggia.
Quand' stato che scendere al bagno si  fatto cos pesante? Quel passare dalle cabine, dove la bagnina ti saluta con entusiasmo esagerato e devi starci cinque minuti minimo a parlare; cambiarti, superare la piscina, raggiungere l'ombrellone, anzi la tenda, ormai ci sono solo tende, e vedertela con chi  rimasto, ripetere riepiloghi di decenni, scambiare motteggi di buonsenso, e infatti ecco subito... Come si chiama... Alfreda?
Enrico! Fatti vedere!
E baci all'Alfreda, e Sa Alfreda, ha presente Paolo, s, mio babbo, il signor Romanelli, ci siamo capiti, lo ricorda no? S, eh s, un malaccio proprio brutto... Be' alle corte, Alfreda: la vuol sapere la verit? Quello l con la barbetta grigia e gli occhiali, che ogni mattina alle undici appena scoccate si presentava qui con l'asciugamano sulla spalla e il giornale sottobraccio, non era mica mio babbo, mio padre  un vecchio sul giornale, c'ho due fratelli e due sorelle che neanche so chi siano, sono andato pure a Tel Aviv quando ho saputo che Paolo Romanelli era ebreo, e ora ho scoperto che sono figlio di quell'altro, si rende conto Alfreda?
Invece dico le solite cose che le dico da anni, e adesso sto a Roma, s e l'universit l'ho finita, s, centodieci e lode, ma sa, Lettere non  una facolt difficile, e quindi tutto bene... La ragazza?, s, no, con quella che ha visto due anni fa purtroppo ci siamo lasciati, s, pure con quella dopo, che ci vuole fare, e lascio pure Alfreda l sul vialetto sperando di non incorrere in altri di questi incontri, gli svaghi di un tempo non esistono pi, ping pong, beach volley, biliardino, pure i tavolini verdi per le carte, tutto cancellato per far posto al ristorante, e del resto non ci sarebbe con chi giocare, e invece... Invece ecco Lupetto, ovvio, di tutto il gruppone non c' rimasto che lui, del resto i suoi chi vuoi che li schiodi di qua, sempre tutto muscoletti, solo un filo di pancia...
Oh grrrande Heinrich!
... E mi fa un po' effetto risentire il soprannome di dieci e pi anni fa, quelle due sillabe tedesche, per non dire himmleriane, con tutti i libri sull'ebraismo, sull'olocausto, sulle SS, che mi sono sparato negli ultimi mesi, risuonano proprio male, anche ora che sono tornato a non essere ebreo, mentre dico:
Ciao, Lupe'...
Lupetto che era cresciuto nel mito della nostra compagnia perch, pur pi piccolo di qualche anno, una volta lo avevamo ammesso a una delle nostre feste, che consistevano nel bere moltissimi B-52 - a quell'et non si  ancora in grado di apprezzare i distillati e men che meno il vino, mentre la birra ha una capacit limitata di impattare corpi adolescenti, il B-52 invece  perfetto, alcolico, dolcissimo, cremoso, ha in s anche un gioco: metti lo strato di Kahla, sopra versi il Bailey's in modo che il bianco si depositi sul nero senza miscelarsi, allo stesso modo realizzi lo strato trasparente col Cointreau o il Grand Marnier e poi - vlam! - dai fuoco alla superficie, la sfida  berlo prima che il fuoco fonda la cannuccia, e quella sera Lupetto, che a pensarci avr avuto undici anni, di B-52 ne bevve sei o sette e, anche se nel giro di un lustro sarebbe diventato molto pi pesante di noi, da quella festa ci consider sempre e comunque suoi superiori in grado, quasi che l'averlo iniziato all'alcol avesse avuto la funzione di un rituale da 'ndrina.
Magari una di queste sere passo da te e facciamo serata, dice.
E io Certo, Lupetto, ben consapevole che non avverr mai, e per fortuna mi lascia svicolare alla svelta; raggiungo la tenda vivaddio senza incontrare altra gente, ma alla tenda la mamma non c', cos continuo fino al mare e quasi mi tufferei se l'acqua non fosse tutta pelucchi rossi, cosa sono poi questi pelucchi non si  mai capito, e allora l'unica, in attesa della mamma, della sua lettera maledetta,  la passeggiata sulla battigia, attivit sempre disprezzata ma adesso la sabbia umida sotto i piedi  piacevole, basta schivare le zone in cui si ammucchiano i pelucchi e i legnetti, quelle terribili dove si formano proprio degli ammassi di rogna e meduse, e piacevole  abbandonarsi all'osservazione della gente, dello stato dei vari bagni, nomi ancora familiarissimi, ecco lo Zara, il Piave... Al Barsanti oggi hanno messo la bandiera vaticana, una volta andavano cose tipo Giamaica, pirati, al massimo la Union Jack... Ma piacevole  tutto ci che mi permette di non pensare ad Antonio Michelangelo, e il passato, il mio passato fasullo, con un babbo fasullo,  il rifugio pi facile, pi pratico... Cosa pu mai cambiare, se qui mai niente cambia? Certo, al bagno Girasole hanno messo quella russa, di bandiera, e le tende di paglia tipo Hawaii; al Leda il seggiolone alto per il bagnino come in Baywatch, ma si tratta di cosmesi, di vezzi stagionali: la sostanza  la stessa di sempre e uguali sono le usanze, la pista con le biglie, il patino, la passeggiata sulla battigia... Fondamentale, in quest'ultimo caso,  non mettersi dietro a culi brutti, vecchie sfatte o peggio che mai gruppi di uomini... Una volta si potevano guardare solo i corpi, svagarsi alternando la contemplazione dell'occasionale topless allo stupore per l'abbronzatura di un vecchio, per la bianchezza di una tedesca, provare il brivido della deformit fisica o della cicatrice, ma oggi, oggi, ce lo insegna del resto anche l'ultimo uomo universale, ridacchio con pi di un filo d'isteria, ci sono i tatuaggi a catalizzare ogni attenzione. Non  pi neanche moda: a questo livello di diffusione sono proprio i mondi interiori a riverberarsi senza piet sui corpi assieme alle epoche, anni Novanta di tribali gi sbiaditi e ideogrammi sgrammaticati, primi anni zero fior di ciliegio e carpe, oggi scritte Sailor Jerry, ancorette, pugnali e donnine... Anche la flapper anni Venti che io stesso mi sono fatto sulla spalla quando mi sono trasferito a Roma, a prima vista raffinata,  in realt solo pi attuale dell'orrido scorpione tribale che sfigura l'avambraccio del tipo che sto incrociando, e poi le scritte (chi non ha niente di meglio mette i nomi dei figli se non il proprio, ecco ALESSANDRO o il padre del medesimo, chiss cos'ha invece Antonio l sul polso, certo non la scritta Enrico...), i simboli religiosi che tornano in massa a chiedere giustizia, il tao e l'om e la croce greca e latina, il 23 del caos, il 314 che  Metatron (pure la Kabbalah mi ero studiato!), i soli aztechi e il calendario maya, la Madonna, Ganesh e il Bafometto, l'acchiappasogni e gli esagrammi e il triskelion e la clavicola di Phu-Hi, le rune le stelle il sole e la luna, la coppa e la spada, la mano di Fatima e l'occhio di Ra, un sincretismo impazzito alla ricerca disperata di un senso oppure al solo servizio dell'accumulo, ecco un tipo con farfalla sulla spalla, scrittina sul petto, fantasia maori sul braccio, e sul polpaccio due chiavi inglesi incrociate, chiss se  un meccanico... Poco rappresentato, in effetti, il lavoro, e poi cosa ti tatui se neanche sai se l'anno prossimo farai lo stesso mestiere? Sarebbe come se mi facessi lo stemma della ruta, che poi t'immagini... Di cosa ti occupi, dunque, Enrico?
Sono un professore, padre... (babbo?)
Al liceo?
All'universit.
Cos giovane? Bene, bene... Alla Sapienza?
No, in un'universit americana...
E lui, certamente conoscitore di ogni cosa romana, che direbbe: Ah, la NYU? Yale su all'Esquilino?
No, la RUtA...
La Ruta? E cosa sarebbe mai, questa Ruta?
Eh, un... Consorzio, diciamo, di varie universit... Cio, non pigliamoci per il culo, babbo: si tratta di un'universit fasulla, tant' che sto per fare la SISS per lasciarla e andare a insegnare a scuola. Uno di quei posti in cui gente di Houston o Charlotte venuta a sbronzarsi a Roma per qualche mese, e iscritta a facolt troppo straccione per avere una loro sede estera, fa finta di studiare. Un nido di larve, dove gli insegnanti sono trattati peggio della feccia e l'unica preoccupazione  che le universit in patria continuino a mandare gente, e quindi bisogna rispettare pedissequamente protocolli e sillabi privi di senso e dare voti alti, altissimi, a una manica di ragazze vergognosamente inette... Ragazze, s, l'unica cosa buona  che sono quasi tutte donne - qui ammiccherei: potrei osare qualcosa del genere, la prima volta che vedo quell'uomo? Forse no, forse sarebbe ridicolo... Meglio prenderla larga, raccontargli come sono quelle... Sai come sono quelle, babbo?
Sentiamo.
(Oppure: No, come sono? Oppure: Dimmi, Enrico, dimmi tutto.)
Eh, il primo giorno di lezione, cio la prima settimana, tutte serie e rispettose. La seconda affabili. Una, massimo due, in ritardo. Alla terza prendono confidenza e cominciano a mancare i compiti a casa. Alla quarta, nel ritardo ormai diffuso, parte l'epidemia di mononucleosi. La quinta settimana iniziano a presentarsi coi capelli bagnati: la doccia, ultima risorsa per scacciare almeno un po' l'hangover prima di trascinarsi a lezione. Alla sesta si coagula lo stato di raffreddore permanente che tutte coltiveranno fino alla bronchite. Settima, midterm exam. Riagguantino per tutte, arrivano le Red Bull, l'Adderall, il Ritalin. Ottava, spring break! Nona, tutte assenti, prolungano lo spring break, ne approfittano per vedersi un po' d'Europa, e come dar loro torto? Qualcuna fa in tempo a rimediare una polmonite o a rompersi un piede. Dalla decima, e fino alla chiusura dei corsi alla quattordicesima, ai capelli zuppi, ai raffreddori e ai cicli di mononucleosi si affianca un progressivo decadimento fisico, il fegato soffre, le sclere si fanno gialle e il colorito grigio, mentre i lineamenti si ispessiscono e la cura personale precipita. Poi, finalmente, final exam. Mai, mai pensare di avere una funzione didattica o peggio ancora di attenersi a un principio di merito. Ci che la scuola vuole  un range di voti tra il B- e l'A+, ben distribuito. Fare tutti felici nel rispetto di una statistica credibile.
Ma almeno...
Almeno cosa? Cos' quel sorrisetto, babbo?
Dico... (Che fa? L'occhiolino? Intende davvero quello? Davvero-davvero?) Non...
S babbo, ne ho trombate diverse...
Quante, figliolo, quante?
Questo semestre, due... Ma la classe era di quattordici, di solito sono diciotto, venti...
Oppure no, oppure Antonio Michelangelo  uno come quest'ometto qua, rigido, muto, impassibile mentre guarda il mare, sicuramente niente senso dell'umorismo, tatuaggio di una bilancia sulla spalla, giudice? No di certo, no: segno zodiacale, Bilancia come me... Impassibile anche rispetto all'avere i piedi nell'acqua della fossa, s perch tra Viareggio e Lido di Camaiore c' la Fossa dell'Abate, che coincide con l'unico lembo di spiaggia libera del litorale, nella vulgata il canalone porta la merda al mare... Due passi oltre l'uomo impassibile, due ragazzi, fregio tipo carta da parati sul piede e cavallino Ferrari sulla scapola lei, niente di visibile lui, limonano mezzo sdraiati in quell'acqua lercia come in una parodia di Laguna blu... Una volta qui, dove il fosso si slabbra e la sabbia  pi morbida, venivamo per trovare i vermi rossi, esche eccellenti... La pesca per mi annoiava, con tutto quell'aspettare... Il babbo, cio Paolo, ci prov pure, a portarmi in un punto buono, ma io niente (di certo Antonio Michelangelo non ha mai perso tempo in simili sciocchezze)... Fare esche per era divertente, scavavi nella rena molla fino a trovare l'acqua e con essa i vermicelli, era anche una giustificazione per far le buche come da piccolo, a sei anni puoi fare tutte le buche che vuoi, a dodici serve un motivo o passi da scemo, e quindi gi secchiellate di vermi rossi, per un'estate ci siamo pure dati arie da esperti, cianavamo dell'innesco del verme e di cosa avesse di meglio o di peggio rispetto al bigattino, finch un giorno non venne alla spiaggia il Giano, un ragazzone peloso e rosso nel muso, molto pi grande di noi, che frequentava i pescatori veri, e posando sulla sabbia una borsa-frigo riempita d'acqua, ci disse di guardare il verme di Rimini, e noi:
Ma siamo a Viareggio!
E lui:
Si chiama cos.
Guardammo dentro alla borsa-frigo e nell'acqua il verme di Rimini faceva tre giri completi, era lungo almeno due metri e almeno duemila potevano essere le zampette e il Giano diceva:
Il verme di Rimini  il migliore, perch si muove e tiene e ha la fluorescenza e poi non smette di sanguinare e cos sparge l'odore nell'acqua. Con questo peschi le cose serie.
E noi:
Ma come lo metti sull'amo.
Lo tagli a fette. Dal culo, senn muore. Si usa una fetta per volta, da due centimetri. Con questo peschi le cose serie, e lo sapete perch?
Perch?
Perch  l'unica esca che va pescata.
Come!
Vi spiego, per prendere il verme di Rimini bisogna usare una sardella.
E per prendere la sardella?, stavamo per chiedere, ma era chiaro che si sarebbe potuto usare uno dei nostri vermicelli: quell'orrendo anellide ci aveva scagliati in una vertigine di esche e prede, vermicelli rossi per prendere la sarda, sarda per prendere il verme di Rimini, verme di Rimini per prendere le cose serie, cose serie per prendere chiss cosa, squali o orche, forse, e squali o orche per prendere capodogli, capodogli per il Kraken con cui prendere il Jormungand con cui prendere il Leviatano (e l'Uroboro? L'Uroboro si prende solo con l'Uroboro, mi avrebbe detto competente, una mano sulla mia spalla, Antonio Michelangelo, un uomo che, certo, disdegna la pesca ma non le cose serie)... L'anno dopo passammo ai retini e prendevamo per lo pi meduse. Il pescetto neanche ci speravi, non sar che, a forza di chiudere industrie, il mare  pi pulito adesso di allora? Questi bimbi qua, a bordo canale, vediamo cos'hanno preso... Un granchio e due pescetti, niente male... Ma no, forse non  vero che il mare  pi pulito adesso, ad esempio nessun bambino porta pi le scarpette di gomma bianca anti-raganella (che poi erano tab anche ai nostri tempi, se te le imponevano eri un paria, vuoi proteggere il bimbo da una puntura, lo condanni a scherzi atroci. Ecco, se non altro Paolo non era iperprotettivo. Certo, Antonio lo batte anche in questo, neanche  mai venuto a cercarmi, a dirmi che esisteva...), quindi vuol dire che non ci sono pi raganelle, visto che il livello di psicosi dei genitori  aumentato, di pari passo col calo del livello dei bagnini - guarda questo scemo, ti puoi fidare di uno cos? Scritta MADE IN ITALY sul fianco, sole-luna copiato da Jovanotti sul deltoide, calzoncini Versace valorizza-pacco con pacchetto di Marlboro Light infilato tra la pelle e l'elastico, fisico definito eppure rassegato... Dove sono finiti gli omaccioni biondi, coi nasi spellati, che da soli portavano a riva un patino? Sono migrati tutti a Goa, a Bali, a Phuket? Sono diminuiti anche i vecchi mini d'acqua'' con i loro profili da apache, cammino da venti minuti e ne avr visti due, una volta erano i signori della spiaggia, sensei indiscussi tanto dei Giano quanto dei bagnini col naso spellato, espertissimi di arselle e gomene e libecciate e di qualunque cosa avesse a che fare col mare, a quei tempi non c'era neanche il pontile turistico, va' che struttura han tirato su, ma l'aria di mare si mangia anche l'acciaio, lo morde e imbrunisce, nello scuro del pilone accanto a cui passo si intravvede un disegno, una specie di fila di teste di profilo su una linea, e in quello dopo una tag, DIABLO dice la tag, bravo Diablo, sei in vacanza al mare dai tuoi e tagghi il pilone, thug life, penso mentre mi volto per tornare al Pinocchio... Ero un po' Diablo a sette anni, quando mi feci un trasferello sul braccio con su Capitan Harlock davanti a una bara e mia nonna subito Ma quella  una bara! (Tutto nel mio immaginario le sfuggiva, del resto era del '32, solo due anni pi giovane di un Antonio Michelangelo... Parlava di cartoni animati cinesi, chiamava i trasferelli decalcomanie, ma not subito sotto al Capitano la forma della bara, e non sarebbe male averla qui, la nonna, non sarebbe male se non fosse dentro alla sua, di bara - scusa, nonna -, ma qui a spiegarmi, con la sua visione da sempliciotta che sempliciotta non era, un po' tutto delle cose e del mondo, a dirmi se lo sapeva, poi, che non ero figlio di Paolo Romanelli, e quindi non suo nipote, solo un bimbo come un altro, anzi peggio!, il figlio di un uomo tatuato...) e dopo aver provato con la saliva me lo gratt via usando la sabbia. Una bara, roba da matti, finir tutto in mano ai cinesi, diceva mentre grattava, e del resto oggi a ogni bagno si vedono i cartelli no aste, gli arenili in concessione sono concessi da sempre agli stessi ma ora che si parla finalmente di vere aste vengono indetti appelli volti a difendere un'aristocrazia di rozzi locali dalle multinazionali, dai russi, dai cinesi appunto, e bisogna pure aderire, dato che il servizio peggiorerebbe. Vanno difesi!, nonostante da un secolo spediscano alle poche e allezzite zone libere, alle fosse, chi accede alla spiaggia dal loro bagno, perch la battigia sarebbe ancora libera, di giorno, di notte, come il mare stesso, ecco uno yacht con tanto di eliporto, chiss se Antonio Michelangelo  il tipo d'uomo che andava in barca. Dirigente prima all'Olivetti e poi all'Eni, artista apprezzato, una vita tra Firenze, Roma, Milano... Lo yacht di Abramovic, borboglia un tale con la vitiligine, e quindi s, forse si stan comprando davvero tutto i russi o i cinesi, ma quando ero piccolo io e mia nonna mi grattava via le bare dalle braccia, all'orizzonte sull'acqua si vedevano le navi da guerra, oltre che l'Isola del Giglio quando l'aria era tersa. Chiss se ancora i ragazzi vengono in spiaggia di notte. Non solo le coppiette ma i gruppi, come facevamo noi, sacchi e sacchi dell'Esselunga pieni di bottiglie, le sdraio le prendevamo dal bagno dove decidevamo di fermarci, e a volte, non contenti di averlo gi mezzo buttato all'aria, facevamo pure il cratere, che consisteva nello scegliere un punto a caso e scagliare via sedie sdraio lettini, tutto, fino a creare una zona vuota coi mucchi tutto intorno... E s che eravamo ragazzi tranquilli, ci rovinava l'alcol come agli Indiani d'America... E a proposito di apache, ecco un vecchio mo d'acqua che draga col tellinaro, allora c' rimasto qualcosa, almeno sul fondo, si pu ancora imbastire una linguina alle arselle... E quel vecchio in effetti  proprio il nonno del Pardini, o lo confondo col nonno del Pippolo? Erano tutti e due del bagno Zara, ma il nonno del Pippolo aveva il tatuaggio con l'ancora, a quei tempi in cui nessuno ne aveva... Ecco! In Serpi di Terrabassa tra i partigiani non c'era forse un ex marinaio che a un certo punto fa un tatuaggio a Vic, il ragazzino protagonista?, penso mentre scorgo il verde delle tende dello Zara, sono gi in zona, e laggi anche il biancoblu del nostro Pinocchio...
Mi vedo arrivare fatidico alla tenda, in un ralenti che segue i miei passi, il mio assumere una postura via via pi distesa e intanto vagliare tende, sdraio, sedie, i loro ancora radi occupanti, e dopo aver localizzato la mamma, ovvero la signora Margherita Puccini in Romanelli, non alla tenda Romanelli ma a quella Guidi, l a far chiacchiera con la sig.ra Guidi e tuttavia capace, allora come vent'anni prima, di captarmi e localizzarmi a sua volta con l'angolo dell'angolo dell'occhio, con un solo fotorecettore, in qualunque punto della battigia io mi trovi, mi giro ancora una volta verso lo sfavillare della distesa d'acqua increspata alla distanza, prima di volgermi definitivamente a lei e avviarmi a raggiungerla, perdendo a ogni passo la gravit sprezzante e l'ostentata irritazione che sentivo di dover tenere, ch tanto, cosa puoi mai dire a una come lei...
... Venendo a Enrico, alla questione Enrico, al caso Enrico'', se vogliamo, so, sappiamo, che...
Venendo a...? Ma scusa mamma, cos', pagina due?
Tre.
Allora fammi leggere cosa dice prima.
La parte su di te  questa.
Mamma, dai.
Le altre non ti interesserebbero, dice abbassando la voce, dato che la Guidi, tornata al suo Oggi, ha gi esteso le orecchie-radar.
Ma  ovvio che devi farmele leggere!
Le ho buttate.
Non ci credo...
Dai, leggi, se vuoi leggere.
Ma certo che voglio!
... al caso Enrico'', se vogliamo, so, sappiamo, che hai fatto le tue scelte. Le hai fatte, e le ho sempre rispettate. Tuttavia ti chiedo: puoi mandarmelo? Anche senza dirgli niente: volentieri mi far io carico di questo. Almeno di questo!
Ci saranno anche Cristiana e Rudy. Anche Louis: almeno, ci spero.
Questi sarebbero chi credo?
In che senso?
Louis, Rudy, Cristiana.
Chi vuoi che siano. I suoi figli.
I miei fratelli!
Ora, fratelli... Consanguinei. Fratellastri, toh.
Mamma.
Scusa.
Sapevi che esistevano?
Certo che sapevo che Antonio aveva dei figli. Aveva una moglie, aveva dei figli. Sapevo anche di Louis, figurati.
Quindi Louis non  fratello di Cristiana e Rudy? Cosa sarebbe poi, Rodrigo?
Rudra.
Rudra. Pensa tu. Quindi, 'sto Louis?
No. Lui  pi grande di loro, la madre era boh, una sbandata...
(Immagino la moglie di Antonio, anzi la madre di Rudra e Cristiana, interpellata su questa donna che ho davanti, che mi sta parlando: Era, boh, una sbandata...)
... Alla fine i figli veri, quelli diciamo che Antonio ha allevato, sono Cristiana e Rudra.
Figli veri, ma ti senti? Io cosa sarei allora, un figlio fasullo? E rispetto a chi, al babbo o ad Antonio Michelangelo?
Senti, Enri. L'ho fatto per proteggerti. E per Paolo. Povero Paolo! Voleva tanto un bambino...
Vabb, ragionare con te  impossibile.
So che potresti pensare che non  il caso: che dovrei prima vederlo, abbracciare lui solo. Vorrei, ma se fosse l'ultima occasione? Perderla sarebbe un peccato vero. Sono, sar, a Villa Fortuna: ricordi che bella? Manda Enrico, te ne prego; il giorno  il 21 giugno, fallo in nome almeno del
A.M. - Tuo, sempre.
Almeno del...?
Boh, del sangue? Del nostro amore che fu? Ih ih.
Ma cosa ridi. Cos', scemo?
No, no, faceva sempre cos, ci scrivevamo lettere e lasciavamo in sospeso le frasi, per esempio mi diceva sempre Vorrei baciarti le mani e le labbra e.
Dai mamma, per carit. Poi anche firmarsi A.M., che stronzo.
Non  stronzo.
No?
Non per questo, almeno. Pensi di andare?
Ma cosa ti devo dire... Cosa sarebbe questa Villa Fortuna?
Non ricordo mica, sai...
 qui a Viareggio?
Non saprei...
Uff... Il tuo palmare ha Internet, no? Ecco, tie': Villa Fortuna, Verano Brianza.
Mmm.
Che?
Mi pare impossibile, tuo padre diceva sempre di odiare Milano, figuriamoci la Brianza.
La smetti di dire tuo padre?
Antonio.
Vediamo, Villa Fortuna Gignese, nah, questa mi sa che  la stessa... Villa Fortuna, Saltino, Firenze.
Apri un po'...
Esce una cartolina d'epoca, Vallombrosa-Saltino, Villa Fortuna, m. 1000 sl, c' anche il retro, Cari saluti, Rosa e Rosamaria e un francobollo Pro milizia, il destinatario non si legge pi bene...
Quindi, al Saltino.
Ahhh! Certo, certo. Lo conosci anche tu? Non ti ci abbiamo mai portato.
Mamma, siamo del Valdarno. Chiunque  stato al Saltino, e a Vallombrosa, almeno una volta. Non so, a fare un pic-nic, una passeggiata. Quelli di classe mia ci andavano pure di notte, a fare delle esplorazioni a quel vecchio albergo liberty, come si chiamava, l'Acquabella.
Ah, bene, bene.
Bene una sega, mamma.
Madonna come sei ombroso.
Roba da chiederti se sono figlio tuo, eh?
Smettila...
Tanto non vado.
No?
Certo che no. Questa storia mi... Mi disgusta, ecco. Mio padre  chi mi ha cresciuto, cazzo. Il babbo, cio. E poi, cosa vuole quest'uomo, che senso ha quella lettera? No, no. Io me ne torno a Roma.
Quando?
Stasera. Perch mi hai bell'e divertito pure tu.
Roma, s, Roma, e dimenticare 'sto delirio, penso lasciando la spiaggia e andando verso casa della mamma. Certo, ancora meglio che non andare sarebbe andarci s, a Vallombrosa-Saltino, ma per dirgli chiaro e tondo che non me ne frega niente se se l' fatta con mia madre: che mio padre  un'altra persona, e punto. Certo, per farlo bisognerebbe muoversi: mancano tre giorni all'incontro auspicato nella lettera, il che spiega la premura della mamma, il suo comprarmi il volo... E fare davvero, invece, una puntata sulla tomba di Paolo Romanelli, come suggeriva la mamma? Troppo melodramma? Qua, in ogni caso, urgono ritorni a casa. E non era gi un nostos il giungere alla Viareggio dell'adolescenza e della sopravvenuta verit da una Tel Aviv dove cercavo radici pi profonde, e per rivelatesi inesistenti? E non credevo di tornare in qualche modo a casa anche prima, andando in quella ipotetica Terra dei Padri dalla Roma in cui avevo costruito l'ultima e precaria idea di me? L'idea di me... Cosa siamo poi, siamo quello che abbiamo fatto, quello che abbiamo letto, che abbiamo detto? Siamo quello che abbiamo ricevuto in eredit? Eredit di geni o di pratiche, o di modi d'essere? Siamo la nostra educazione, siamo chi abbiamo amato, chi  che diceva quest'altra stronzata... Siamo l'idea che gli altri hanno di noi, siamo quello che c' scritto su Internet di noi... Sicuro Antonio Michelangelo c'ha pure una pagina Wikipedia... Siamo l'idea che abbiamo di noi stessi, pure, ma se questa idea salta, perde un giro, s'incrina? Se si incrina due volte? Ero tornato, in qualche modo, a casa andando a Viareggio; torno a casa anche adesso, nella Roma dell'idea di me che fino a poco tempo fa bastava, e che non era stato (n forse  tuttora) giusto o pratico mettere in discussione... Non sarebbe allora opportuno anche andare a San Giovanni, nel luogo dell'infanzia e dell'adolescenza, il Valdarno dove Paolo Romanelli e Margherita Puccini mi hanno cresciuto, dove sono stato generato? Sempre che sia stato generato l. Magari Antonio Michelangelo, mia madre se l' sbattuta in Versilia, chiss... Se questi sono tutti ritorni, vuol dire che non ho un punto fermo da cui partire, sono pronto a qualunque approdo, ad agganciarmi al primo scoglio. Non sarebbe stato male, per niente male, avere una Israele a cui tornare... Che poi, te credo che Roma non mi soddisfa come punto fermo oltre che come terra dei padri, non  solo questione di mezzi lavori che vanno bene, appunto, solo a met:  anche il modo in cui tutto ha l'aria di essere l per sfaldarsi, la stanzialit dei pi fortunati che assomiglia sempre di pi a quella di chi  finito nelle sabbie mobili e dice Potrebbe andar peggio, guarda come si sprofonda lentamente! Ero venuto per farmi dei contatti e invece io e i miei amici di Roma siamo dei buoni a nulla assurdi, quelli messi meglio sono Gianni e Antonello, e ho detto tutto. Quasi era meglio il Valdarno, le famiglie non povere ma neanche eccessivamente benestanti, che Oh ciccio, hai ventisei, ventisette anni, ti sei laureato (e pure in ritardo), hai vissuto a Firenze o Siena o Bologna, ti sei fatto l'Erasmus, ti sei fatto l'anno sabbatico, te ne sei fatti due, tre, i quadri i fumetti le foto i filmucci gli EP hai provato a farli, a spacciarli, ora magari  tempo di trovarti un lavoro vero, possiamo sentire lo zio, il tizio, il caio, se ti d una mano a trovare un posto nell'azienda di... Cos in qualche modo a Roma era peggio, ci ero andato per conoscere gente che lavorasse nella cultura, al tempo del mio arrivo facevo un programma alla radio, partecipavo a riviste che duravano cinque, tre, due numeri, e i miei nuovi amici erano di famiglia a ogni effetto benestante e certo pi urbana, se vogliamo borghese; famiglie come la nostra se mi avesse allevato Antonio Michelangelo, e tali povere (sciocche di) famiglie hanno pensato, come quelle del Valdarno ma con un grado di benevolenza in pi, dovuto non solo all'estremo benessere in cui si erano crogiolate negli anni Ottanta e Novanta, ma anche a una certa idea di mondo, di spazio per tutti, di realizzabilit in virt del fatto che Oh, anche la figlia di Sempronio in fin dei conti non lavora forse con Strehler? Il figlio di Mevio non  forse finito a dirigere un museo in Francia?, che le ambizioni vanno assecondate e quindi li hanno supportati a vuoto finanche a trentatr, trentaquattro, trentasei anni, annate a Londra, Berlino, New York, finch non avranno pi gran tempo o energie per inventarsi alcunch e si smuseranno sulla piena percezione della propria carenza di talento o di volont d'impegnarsi davvero, di forzare il destino, addentarlo alla collottola e piegarlo al proprio volere (e poi non siamo mica ai tempi di Antonio Michelangelo, in cui tutto era possibile... Chiss se  vero, poi...), oppure sul fatto che, preso atto delle mancanze di cui sopra, la famiglia  borghese, s, ma non tanto da piazzarli direttamente in qualche posizione, e poi se il sistema culturale  rotto svuotato polverizzato, dove li piazzeresti, anche potendo? (Non sei mica, che so, un Antonio Michelangelo - ma chiss poi come  andata ai miei fratelli...) E allora gi scene preapocalittiche, sbreghi terrifici su un futuro in arrivo e precipitevole, e non poteva del resto che essere cos, senza contesto sono tutti tagliati fuori, e pensare che era proprio per il contesto che solo un anno dopo aver lasciato il Valdarno per Firenze me ne sono andato a Roma, e invece niente: beata mia madre che ha potuto andarsene a Viareggio, la sua Versilia, patria elettiva, non ci sar la cultura (E invece c' Viani, direbbe subito lei, La peste a Lucca  il nostro Trionfo della morte) ma c' il microclima e comunque a mamma come a me e a mille altri inclusa la pi parte dei romani suddetti ci salvano gli immobili, la mamma la casa ce l'aveva e risparmiando, tra lei e il babbo, hanno comprato pure quella a Viareggio, e se hai da abitare, e un domani da affittare, non svolterai ma almeno non rischi di ritrovarti scaraventato nella disperazione vera, puoi evitare di pensare di andare all'estero, che comunque  un bello sbattimento (e poi, insomma, un conto  un cardiochirurgo, come cervello in fuga, un altro un operatore culturale, sarebbe stato meglio aver fatto la SISS subito, dopo anni in cui erano poco pi che disgraziati, oggi un professore di liceo  tornato a essere un benestante, li vedi con quei pantaloni frusti, quei borsotti da diacono, quando portano le classi in gita ai Fori, e se una volta pensavi Madonna porelli, oggi per avvenuta sottrazione ovunque altrove sono un nuovo tipo di borghesi...), sebbene poi non sia del tutto vero che ci hanno detto Puoi essere qualunque cosa, hanno anzi cercato di farci capire che bisogna farsi il culo, che la vita  dura, ma sempre in fondo un po' convinti che una ragazza cos eccezionale, un ragazzo cos bravo in tutto, una strada se la sarebbero trovata, forse addirittura inventata, hanno magari guardato con qualche perplessit alla scelta di non fare medicina, giurisprudenza, ingegneria (quelli pi avveduti, solo medicina) o almeno la loro stessa professione se ne avevano una con qualche grado di ereditariet, e poi  vero anche il contrario, pensa il Martini di classe mia al liceo, pensa suo padre, Te tu devi fare l'avvocato, capito, maremma maiala? Cos ci tiri fuori da questa merda (che poi quella merda era famiglia doppio stipendiuccio e casa di propriet tre vani a San Giovanni Valdarno con tenda di tela sulla porta, giardinetto, pressi argine, mai problemi col parcheggio, Conad non lontana, centro dietro l'angolo), Devi fare giurisprudenza, capito brutto testone? Lettere antiche, pensa tu, questo irresponsabile vuole fare lettere (irresponsabile che comunque traduceva a braccio Tacito), alla fine il Martini a giurisprudenza ci va davvero, la fa per due anni, la lascia con tre esami sul libretto (30 e lode, 30, 26) scoperta l'impossibilit di preparare il 30 e lode con la stessa esattezza con cui preparava i 9 al liceo, rimedia un esaurimento di quelli che sudi il sangue come Santa Teresa d'Avila, ora galleggia nella politica locale, cosa che poteva fare anche diventando nel frattempo un latinista (la mammella della politica! Sar gi ora di cominciare a pensarci?)... Ci hanno incoraggiati, finanziati, plaudendo a ogni minimo risultato purch sembrasse almeno un poco superiore a quelli dei figli degli altri, ed eccoci ora qua, a Roma  meglio, in qualunque capitale  meglio, c' pi casino, pi merda ma anche pi terriccio, la gente gira, ci sono pi livelli e ambienti, l'insegnamento nelle universit americane, poi,  pi leggero di quello nei licei, la RUtA  una barzelletta, neanche mi dovrei lamentare, certo era ingenuo pensare che lo stage in Rai avesse la pur minuscola possibilit di un seguito, ma con tre corsi a semestre e un paio di lavorucci da copy, non sto neanche male, certo vivo in singola sotto lo stesso tetto di uno studente, certo nessuna possibilit di affrontare un imprevisto, ma oh, lamentati, qua nelle nostre sicure case d'Occidente... Dice il Der Spiegel che l'Italia in realt  un giacimento e la ricchezza cristallizzata negli immobili qualcosa da sciogliere, da liberare, simile al carbon fossile, in Germania sono tutti in affitto, queste famiglie italiane cos compatte, con un figlio solo ma tre, quattro case ora che i nonni muoiono (cinque, sei, sette ora che muore Antonio? Chiss. Ma anche quattro fratelli: ecco, invece, qualcosa di inusuale...), sono materiale fissile, questa energia va liberata, rimessa in circolo, trasformata in movimento del mercato, ma gli italiani niente, fanno guscio, pensa che stronzi, c' pure chi non si limita a essere figlio o figlia ma, considerando tali immobili e la forza lavoro potenziale dei futuri nonni, si mette addirittura a fare il genitore (del resto come non aiutarli, hanno fatto pure il bimbo, i tempi son tanto cambiati...), facendo guscio a loro volta nell'immobile santificato, avrei fatto meglio forse a farlo pure io con Giulia, o al limite con Valeria: ora che  morto il babbo mi toccherebbe far guscio con la mamma, una roba innaturale, e per certi versi  vero che lo spartiacque  stato lasciarsi prima con una e adesso con l'altra, l'ho capito dopo: senza uno specchio, una sponda su cui fare affidamento, tutto ti prende al fianco: non diventi un relitto, no, un relitto lo immagini arenato, mentre la sensazione qua  opposta, ecco, in italiano manca la parola, diventi flotsam, roba alla deriva nell'oceano, potevi magari giocarti ancora una carta con una fidanzata straniera, trovartela e poi, se avevi sufficiente nerbo o disperazione, mollare tutto e tutti, metter su famiglia fuori, senza immobile... Forse tutta questa idea dell'ebraismo aveva, assumeva, la funzione di una fidanzata, di un nuovo padre, di una linea spirituale nel senso pi rozzo del termine, separarmi davvero dalla mamma, tracciare una linea, magari anche un poco punitiva, per evitarmi il guscio con quella donna che con candore vero, a cadavere caldo, mi diceva
Senti Enri, c' una cosa che devi sapere ora che il babbo  morto.
Mi avete adottato?
S, tu scherza, non lo vedi che sei il mio ritratto? No,  che il babbo era ebreo, vedi, si far il funerale ebreo.
Il funerale ebraico?
Eh.
La stessa donna, mia madre, che col medesimo candore, sei mesi pi tardi, forse un filo in colpa a vedere quanto mi stavo impegnando in quella storia dell'ebraismo - tutti quei colloqui col rabbino, le letture dalla Torah, la questione matrilineare, il viaggio a Tel Aviv -, mi dice Vieni a Viareggio, c' una cosa importante che devo dirti, una cosa sul babbo.
Arrivandoci, a Viareggio, non potevo sentirla, troppa la tensione, ma ora che me ne vado, penso mentre esco di casa dopo aver mangiato due avanzi, dormito un po' e raccolto i miei pochi bagagli, torno a percepire quell'arietta, la Versilia sar pure lontana da certe epoche d'oro esistite forse solo nell'immaginazione di chi a quei tempi aveva vent'anni, ma la sua aria, tiepida e fresca di brezze assieme, che tutto guarisce, la mantiene e manterr sempre. Cos come sempre manterr la sua bellezza, di cui la decadenza  tratto essenziale, i suoi marciapiedi a moduli complessi che le radici dei pini fanno saltare, l'odore dei petali pesticciati degli oleandri, la vita che sempre, fuor dal luglio e dall'agosto dei villeggianti, prende una nota soffusa e nostalgica... Faccio in tempo a inspirarla una volta, l'arietta serale, perch proprio mentre apro il cancello ed esco su via Zara, da uno sbuffo d'oleandri ecco, in Fred Perry bianca e polsino da tennis Sergio Tacchini, Lupetto.
Te l'avevo detto che passavo, fa, tutto in tiro. Cosa combini, Heinrich, prendevi un po' d'aria?
Veramente stavo andando a prendere il treno.
Il treno!, dice ridendo, come se avessi fatto una battuta che pi spassosa non si pu. Ti ricordi il China e Gormi, aggiunge poi, e mi presenta un suo amico orientale di cui ho una vaga memoria, e Gormi, un nano muscoloso con la scritta MEMENTO AUDERE SEMPER tatuata sull'avambraccio, che non ricordo proprio e che regge, anzi praticamente tiene in piedi, un tizio tutto sudato, sudatissimo, diaforesi gelata e un'espressione sul viso che potrebbe essere anche beatitudine ma pi probabilmente un misto di cianosi, vertigini e congestione da sostanze. Lui non mi viene presentato, in compenso (gi varcato il cancello, gi il portone, l'ascensore, Dai facci entrare che senn questo ti collassa qua) me lo sbattono sul divano.
Lupetto, dai, devo prendere il treno.
Per... Dov' che stavi? San...?
... Giovanni. No, devo andare a Roma. Adesso sto a Roma, sai.
E a che ora ?
Alle dieci, ma un venticinque minuti ci vogliono per arrivare alla stazione...
A piedi? Ma che sei, impazzito? Ti accompagniamo noi, anzi fai una cosa, prendi quello dopo, non c' un treno dopo?
Il China tira fuori un Blackberry, Va che roba, eh? Tecnologia wap. Ora controllo... Ce n' uno dopo alle undici! Ma se devi andare a Roma volendo c' anche l'Intercity Notte. All'una e quaranta. Lui  il figlio del padrone del Los Angeles, aggiunge poi indicando il cadavere sul divano. Allude al lussuoso american bar a Forte dei Marmi, come se la cosa dovesse in qualche modo giustificare lo stato di costui.
C' mia madre, dico.
Chi c' in casa? Ecco subito, da sopra le scale, la sua voce mezza impastata dalle benzodiazepine, pi che dal sonno.
Niente ma', c' Lupetto con dei suoi amici, mi portano loro alla stazione, anzi stiamo gi uscendo, dico guardandoli uno per uno, e per intanto il China ha tirato fuori e disposto sul tavolino da fumo una bottiglietta, della stagnola ripiegata, una sigaretta e un flacone di plastica bianca.
Cazzo fai.
Imbastisco, dice il China.
Basta che lo fai fumare un po' e si riprende subito, dice Lupetto indicando il figlio del padrone del Los Angeles, e da sotto il polsino tira fuori un cipollotto bianco.
Sentite, vi dovete levare di torno.
Eh?
Dico, vi dovete sradicare dalla minchia.
E dai su Enrico, e mi guarda, Lupetto, in un modo che non lascia scampo, perch nei suoi occhi c' scritto che davvero, nel suo mondo, lui si aspetta che io li faccia basare in casa di mia madre, lei presente, e che se non lo facessi non significherebbe solo che sono diventato stronzo, ma che sono proprio un verme senza memoria, una persona che lo ha deluso, e allora, dato che farglielo fare l, dove d direttamente il corridoio da cui potrebbe spuntar mamma, sarebbe impensabile, mi porto lui, il China e il muscoloso (che nel frattempo non ha detto una parola n smesso di puntare la busta) in cucina. Un Che fate? giunge dalla camera.
Niente ma', ci beviamo un bicchiere, fumiamo una sigaretta e poi si va un po' fuori...
Chiudi il finestrone dietro quando esci, eh.
Certo, dico, mentre il China e Lupetto portano in cucina, tenendolo sotto le ascelle dato che ha le gambe ormai del tutto molli, anche il figlio del proprietario del Los Angeles, e il China sistema la stagnola sulla bocca della bottiglia, la bucherella con uno stuzzicadenti preso a colpo sicuro da sopra il mobile - a questo punto, prima che si metta ad aprir cassetti, tanto vale chiedergli cos'altro gli serva, e fornirgli anche un cucchiaio, in cui versa l'ammoniaca dal flacone e scioglie un bel po' della coca della busta, nonch un accendino, con cui riscalda la mistura fino all'emersione di un piccolo cristallo -, accende la sigaretta, copre i buchini con un po' di cenere, fa un altro buco sulla spalla della bottiglia dove va a infilare una banconota arrotolata...
Fate veloce, almeno.
Fra', se faccio veloce faccio male, digrigna il China e con cura aumentata finisce di posizionare la banconota, poi mette il cristallo sul letto di cenere, lo rende incandescente con l'accendino e finalmente, in un rapido giro di bottiglia, lui, Lupetto, il muscoloso e il cadavere, subito scosso da una straordinaria corrente vitale, aspirano il fumo concentrato finch il fornelletto arriva anche a me.
Vai vai che si spegne, mi dice Lupetto con parole mezze smascellate.
Ciao piacere Tommy, dice l'ex cadavere, forse conosci mio padre, Bolchini, hai presente, Girolamo, cio Jerry, noto Jerry come si dice, Bolchini, il proprietario del Los Angeles, lo conosci ve'? Piacere comunque, Tommy, Tommy Bolchini, il Bolchia dio bono, dice mentre Lupetto continua a porgermi la bottiglia fumigante.
No, no, scherzi, dico a Lupetto.
Come no? Sar anche l'ultimo tiro ma guarda che ce n' ancora,  grassa, Heinrich:  grassa; comunque oh, se sei schizzinoso la rifacciamo e appizzi tu, mica ci sono problemi t'immagini, per te, per Heinrich, per Enrico il Romanelli, t'immagini - mai! - ok bene facciamo cos dai China prepara un'altra fumata.
Dai China, dice il nano digrignando i denti mentre Tommy Bolchini si  alzato, si  acceso una sigaretta, osserva con apparente interesse l'incisione a tema botanico che c' al muro della cucina, - un'incisione di cui noto ora, solo ora e con un filo d'orrore, il monogramma in fondo a sinistra, una A che contiene una M in modo simile al logo della Mondadori ma pi anticato -, prima di passare, e io con lui perch quel quadro ora mi d le vertigini, all'abbozzo di collezione di bottiglie di birra che c' sopra la credenza, roba della mia adolescenza, Ah Belhaven, certo, dice, McFarland, ah Chimay, Chimay, sgrana gli occhi lustri, il Belgio, be' come il Belgio non ce n', una volta mio padre si fece arrivare dal Belgio una cassa di Maredsous, certo ora sta emergendo un po' ovunque tutta una scena artigianale, la gente sta sviluppando un minimo di gusto...
No Lupetto, intendo che non voglio proprio basare.
Ah troppo peso troppo veloce eh non piace a tutti capisco, c' un ragazzo di Altopascio che muove non so tre o quattro etti la settimana ma non fuma mica, eh no, e con la punta di una carta di credito pesca un po' della coca residua dalla busta aperta, poggia il mucchietto sulla quarta bord di una Versione di Barney che mia madre ha lasciato sul tavolo, con un paio di rintuzzamenti gli d una forma oblunga e Tie', mi dice.
No, no.
Ho capito, dice Lupetto facendomi l'occhiolino; pippa lui la riga, poi tira fuori dalla tasca piccola dei jeans un altro cipollotto, lo apre coi denti, si lecca il mignolo, ve lo intinge e me lo porge, tutto pieno di una polvere cristallina, proprio davanti alla bocca.
Che ?
MD. Ricordi quante pastiglie ci mangiavamo? Ora c' questa, stessa merda ma in cristalli...
Avrei potuto spiegargli che quel che intendevo era che, semplicemente, non volevo assumere niente; avrei potuto dirgli che io, pi che mezza, di pastiglia, non ne avevo mai ingollata, ma saremmo ritornati a quello sguardo di prima, versione reverse, Come, mi fai un (non derogabile) piacere, ci fai venire a casa con uno mezzo morto, ci fai basare nonostante ci sia tua madre, e poi rifiuti la mia gratitudine? Chi ti credi di essere?
Va bene, ma dopo sbaraccate, niente seconda fumata, dico, e lascio che mi metta il dito sulla lingua, meglio l'MD della coca, penso, invero gi infastidito dalla possibilit di non addormentarmi una volta a Roma, e loro (ovviamente) si fumano quel che resta ma facendo veloce, almeno, e sbaraccano davvero, Tommy Bolchini  tutto allegro, Si va al Twiga ragazzi? Eh reg? Vuoi venire al Twiga?, mi dice, e fa l'occhiolino, e con un colpetto sulla base fa saltar fuori met sigaretta dal pacchetto di Philip Morris morbide e me la porge e, s, me la prendo e me la accendo, e anche Lupetto mi chiede se voglio andare al Twiga, che  ancora presto, Solo una bevuta e poi ti portiamo in stazione come le strabombe, passando dalle strade dietro ce la facciamo sicuro a prendere l'ultimo treno, e io mentre li accompagno, o meglio li spingo alla porta, No, no, ti immagini e Lupetto, Va' che ti perdi, e mi guarda con simpatia, come uno che  sempre stato un po' strano, che tipo, Enrico, prima prende l'MD e poi se ne va a fare un viaggio in treno... Maledetti, tornate nel vostro mondo.
Chiaro poi: perso il treno delle ventidue, spediti i molesti, mi rendo conto che quello delle ventitr prospettato dal China non c' perch  sabato. Intercity Notte, tra due orette e mezza, va' che almeno questa veglia artificiale in arrivo servir a qualcosa...
Ma non  che perdi il treno? La voce della mamma da sopra.
Eh s, dico verso la zona notte. Ma prendo l'Intercity.
Resta a dormire!
No, no.
Sei agitato?
Ma no... (Te credo che sono agitato, fra tre giorni devo incontrare il mio vero padre e mi hanno fatto fare una ditata di MDMA...)
Quindi vai con quello di notte?
S dai.
Vuoi che venga?
Dove?
L.
Perch?
Non ho tanto sonno. Ci beviamo un cognac, ci fumiamo una sigaretta. Si parla.
Taccio per un secondo, due. Poi dico:
Ma s, mamma. Ma s.
E parliamo, ci beviamo un bicchierino, due, intanto che mi monta una piena entactogena lieve, che quei due cristalli di Lupetto mi rendono la mamma meno irritante, anzi per niente, amabile addirittura, e parliamo, non di Antonio Michelangelo, no: parliamo del babbo, lo ricordiamo. Ricordiamo la nostra vita insieme, la mia infanzia e loro giovani, le gite in Francia e le vacanze qui a Viareggio, la nostra vita pacata, in fin dei conti luminosa, nelle basse valdarnesi... La questione Antonio Michelangelo la tocchiamo solo quando manca poco al treno,  la mamma a introdurla, a dirmi:
Comunque stai attento.
Attento a cosa?
Dico, stai attento che Antonio  un uomo un po' strano.
Guarda che non vado.
Mmm...
Io me ne torno a Roma. Ho da pensare alle mie cose. In che senso, strano, poi? Come te?
Molto pi strano. Chiss cosa si  inventato.
Ossia?
Quello se non si inventa qualcosa non  contento.
Non sono sicuro di aver capito cosa intendi, ma se per caso andassi, tutto quello che farei sarebbe sputargli in faccia.
Non dire sciocchezze.
Vabb, in ogni caso devo muovermi o perdo anche questo, di treno.
Vuoi prenderti qualcosa da mangiare?
C'ho lo stomaco un po'... Chiuso.
Una birretta? Te la bevi in treno.
Sei forte comunque, mamma... Aspetta!, dico mentre va al frigo e mi porta una confezione da tre bottiglie.
Cosa?
Nell'intervista sul Corriere, Antonio Michelangelo ha detto di averne cinque, di figli. Non eravamo io, poi Louis, Cristiana e Rudy, cio Rudra...?
C' anche Aurelia. Un pezzo grosso, quella.
Un pezzo grosso?
Un primario. Ma  una donna di una certa et. Avr cinque o sei anni meno di me. Sta a Milano.
Figlia di un'altra madre?
Primo matrimonio. Pensa che quando la mamma di Louis  morta, se lo  preso in casa proprio lei.
Ma dai?
S, Antonio per un po' non lo ha riconosciuto. Forse la seconda moglie non voleva.
Ma quante mogli ha avuto, Antonio Michelangelo?
Mogli, due. Rosa, mi pare si chiamasse Rosa, quella da cui nacque Aurelia. E poi Beatrice, la dottoressa Santi, una psichiatra, quella con cui era sposato quando...
Quando te la facevi con lui?
Volevo dire quando nacquero gli altri suoi due figli, ma s. Poi si lasciarono, non credo si sia risposato... Certo poi, prima, c'era quell'attricetta, la mamma di Louis...
E sono solo quelle che sai tu.
Mica gli tenevo il diario! Sarebbe stato un bell'impegno, te lo garantisco, ah ah...
Ride, la mamma, ride di gran gusto buttando indietro la testa, e io la guardo ridere, l seduta al tavolo, la guardo asciugarsi col dito una lacrima e versarsi un altro bicchierino, i suoi capelli ricci, ancora tinti di biondo, il mondo morbido, sfumato, a cui da sempre appartiene, la sua svagatezza, ne avr un po' anch'io, da qualche parte, di svagatezza? Mi aiuter? E da Antonio Michelangelo, invece, che cosa avr preso...?
La notte alla stazione di Viareggio, mentre monta l'effetto dei cristalli e fa brillare di aure potenti ogni lucetta, ogni neon, ogni riflesso sui vetri... L'umore  alto, mentre stappo sul bordo di un muretto una delle birre che mi ha dato la mamma ed entro nella sala principale, coi marusa incattiviti che mi scrutano dal bar ancora aperto; mentre guardo l'orologio alto sul marmo, sopra i buoi proprio di Viani, che segna comode l'una e un quarto. In questa tiepida piena psichica, mi riverbera l'ultima cosa che ci siamo detti con la mamma, quando ero gi fuori dalla porta, sul cancello:
Ma dimmi una cosa, almeno, ma': com'era, Antonio Michelangelo?
Speciale.
Speciale come?
Come te.
Tutti i figli unici sono speciali per la loro madre.
 vero. In effetti era pi speciale. Scherzo, eh! Certo, non era una cosa da poco fare una carriera del genere ed essere anche un artista rispettato, ma il punto forse era che si vedeva subito che andava a dritto, che lui era nel suo mondo, prendere o lasciare, e questo, in qualche modo, era irresistibile. Poi aveva certi amici strani...
Ma come persona, dico, com'era? Com'?
Eh, te l'ho detto. Come te.
Come me... Il treno  fermo in stazione, lo vedo oltre i vetri e i primi binari, blu scuro, un Intercity, specie avviata all'estinzione... Meglio comunque, un vecchio treno in cui si possono aprire i finestrini e far sfiatare l'aria dei condizionatori, non  chiaro perch da un po' di anni nei treni ci sia quest'aria condizionata fuori controllo, forse  parte di quel processo di rinnovamento cui vengono sottoposte le carrozze, i vagoni sono sempre gli stessi da mezzo secolo ma ogni decennio vengono cambiati gli interni per dare un'illusione di novit; chi si ricorda di quelli con l'imbottitura scozzese? O ancora i regionali con gli scomparti a sei come quelli degli Intercity, con le immaginette dei luoghi d'Italia, piccole foto in bianco e nero come quelle dei libri di Sebald, poi vennero quelli di gommapiuma dura, nera, con le imbottiture blu, e poi quelli con gli interni tutti in plastica, pazzeschi scomparti biancoblu con i sedili di resina dura, nei quali i finestrini sono sigillati affinch non si perda un solo refolo di un'aria condizionata satura di freon, instancabile nel cagionare raffreddori fuori stagione, congestioni e colpi della strega (e s che qualcuno la gradisce: le pi impreparate vittime della tecnica, gente che in casa ha quattro o cinque televisori, che va spostandosi dal telefono a rotella al palmare senza passare dal computer); forse quel gelo  la manifestazione, la compensazione del senso di colpa che un'astratta mente ferroviaria ha per il degradare della flotta, I treni sono vecchi, dite? Be', ragazzi,  possibile: ma avete sentito che fresco? Cos, dato che sugli Intercity i vagoni sono per lo pi vuoti, posso scegliermi uno scomparto tutto per me, non la solita quadriglia di sedili liberi che cerco in un treno normale, ma addirittura la sestina, poi tirare le tendine, spalancare il finestrino, lasciare che il flusso generato dal movimento del treno succhi fuori tutta quell'aria al freon e la sostituisca con le proprie spire allegre, orizzontali, a volte violente (ma il trucco  mettere fuori la tendina, cos che non ti sbatta in faccia ma anzi sventoli al mondo); e proprio mentre la ascolto sbattere, il treno che ormai ha preso da una ventina di minuti la piena velocit, arriva un Buonasera del tipo che non promette cose buone: chi vuoi che ti dica buonasera su un treno notturno se non due sbirri, eccoli infatti, mi chiedono i documenti, non sembrano in vena di spaccare troppo le palle, sono solo a caccia di poveri, gli passo la carta d'identit, loro ricopiano il nome, io comunque domando:
Ma  successo qualcosa?
Semplice controllo, dice quello che scrive, col solito accento romano dei polfer, ma insomma: le tre di notte su un vecchio Intercity, lo Stato che dispiega le proprie forze contro il vero nemico, la gente perbene al sabato sera  del resto tutta fuori a bere oppure a letto, a parte questo scemo qua. Uno scemo che a suo tempo si era fatto mettere giornalista come occupazione sulla carta d'identit anche se in tutta la vita ha scritto sei articoli, n poi l'ha cambiata in insegnante perch pensava che gli avrebbe potuto portare qualche vantaggio in situazioni come questa, quasi fossimo in un mondo da storia Disney in cui la stampa  rispettata... In ogni caso se ne vanno senza neanche farmi svuotare le tasche, e s che sono ancora spupillato, o forse aspettarselo  solo una paranoia rimasta dall'adolescenza, quando attraversare in macchina il Valdarno significava fare i conti con almeno una perquisizione, io che neanche fumavo. Li rivedo passare una mezz'ora dopo, probabile scendano a Livorno, al binario ci sono due ragazzi neri con due enormi sacchi di plastica, bella sfortuna, e intanto penso che, volendo, potrei lasciare la valigia a casa a Roma, prendere un cambio di vestiti e domani o dopodomani rifarmi Roma-Valdarno sempre in treno, recuperare la macchina a San Giovanni e salirci davvero, a Vallombrosa, anche solo per vedere cosa ha imbastito quello... E mentre lo penso, l'effetto dell'MD cala e pian piano riappare anche il tempo, passata Cecina e passata Follonica ecco Grosseto, mi metto a leggere fino a Civitavecchia, la finir mai questa Bibbia? Era dal volo che non la riaprivo... E ha senso, ancora, continuare con la Bibbia, ora che niente mi lega alla Galilea, all'Egitto o a Gerusalemme, oltre che a Tel Aviv? Leggiamo, va'... Roma Ostiense pare non arrivare mai, ma quando arriva  un attimo veder giungere anche Roma Termini, scendo lucido, sveglio ma pulito, ecco Roma, la sento ovunque intorno, nella notte che comincia a cedere strada al primo crepuscolo. Sempre meglio arrivarci di notte, a Roma. I ritorni a Roma, di giorno, fanno sempre l'effetto delle prime volte, non importa se sei stato via due giorni o un mese. Se  giorno, Termini ti avvolge come una spugna sudicia e ti fa ingoiare fino alla feccia l'intera questione, subito, e tu allora ti fai strada tra zingari e guardie e personaggi di cui  impossibile indovinare gli affari, passi la coda di turisti e il vociare dei tassisti... Se arrivi di notte, come adesso, trovi solo l'eco di tutto ci e un vago senso di minaccia che avvolge la zona, ma che sia giorno o notte, appena hai ripreso il controllo di te, o meglio appena la citt ha preso il controllo, allora diventa bella, anche il peggio ometto fuor da un bar con la sua considerazione mezza qualunquista e mezza fascista su questo e quello assume contorni di corroborante umanit, perch dopo tre o quattro ore, il tempo all'incirca  quello, diventi, o torni, romano, immensa la spugna accoglie tutti nelle sue cavit, tutti abbraccia e nutre e solo allora ricominci a vedere le cartilagini e le ossa e i ventricoli che definiscono le parti di quella massa divenuta negli anni sempre pi informe... Negli anni, o nei millenni? Divenuta da Augusto in poi sempre pi informe, chiss come facevano senza scooter, quando sono arrivato qua per il dottorato ci ho messo diversi mesi a farmi il motorino, con Roma avevo poca confidenza, col motorino pure, del resto mi era stato negato a quattordici anni con un abile trucco di mio padre - cio di Paolo. Ma cosa lo prendi a fare il motorino, quei catorci... Aspetta sedici anni e ti prendiamo il 125, no? Una bubbola cos buona che potevo anche rivendermela con gli amici che mi chiedevano come mai non avessi il motorino: Che domande, perch avr il 125... Puro genio, dato che passati due anni del motorino non me ne fregava pi niente. E questa citt, ingestibile senza uno di quei traboga, e quindi ancor pi avvolgente, mi pareva gravida, ma che dico gravida, mi pareva un intero frattale di promesse, ben pi di Firenze quando ci andavo da pendolare, forse perch a quei tempi ancora pensavo che si potesse diventare qualunque cosa ovunque, e quando arrivai a Roma non avevo ancora capito che non si pu pi essere niente da nessuna parte, a meno di... A meno di cosa? Cominciano a cavarsela solo gli ur-raccomandati, oppure la gente come un Gianni, che non conosce sosta o desiderio se non quello determinato dalle proprie ambizioni, che sta sul pezzo sempre perch se non sta sul pezzo sta male, e allora, rinunciando a tutto il resto, magari ottiene qualcosina... Sempre l da Giuf, a scrivere, lui e Antonello... Quando ero piccolo, al Bagno Pinocchio veniva certa gente... Il babbo degli Anzola, un discreto fotografo che, solo per il fatto di essere a Milano negli anni Ottanta, girava in Mercedes, aveva lo studio in Brera... Altre epoche, altre vite, e altra vita quella di Antonio Michelangelo, chiss dove, poi, forse proprio qui a Roma, l'uomo universale di 'sta gran minchia, l'amico di Dorfles o di chi mai era amico quello stronzo... Colgo il pensiero, lo fermo e isolo mentre attraverso una Termini invece deserta, solo due metronotte alla distanza, e mi avvio lungo il primo binario senza uscire dalla stazione, cammino sentendo l'alba, fuori, ancora lontana ma che gi suggerisce se stessa con forza, supero stabbioli della polizia e sedi del sindacato ferrovieri e cessi pubblici sbarrati, sentendomi gi a casa mentre supero anche il binario 1A e imbocco l'ultima discesa, di cemento, e da l l'uscita dipendenti e come sempre saluto l'ometto di guardia nel baracchino e lui saluta me. Stronzo: penso dunque questo, senza saper niente di lui? Penso questo di mio padre? Perch, poi, mi chiedo mentre le saracinesche cominciano ad alzarsi in San Lorenzo, giro, do le spalle alle Mura Aureliane e mi avvio verso casa, non ho chiesto pi cose su di lui alla mamma, perch me ne sono andato senza insistere? Neanche ho chiesto se il babbo - se Paolo - sapeva... Vabb, non ho chiesto perch la mamma non mi avrebbe risposto, perch avrebbe nicchiato fino all'esaurimento della domanda. Seh, magari. Spiegazione troppo facile. N ho mancato di chiedere per il nervoso o per la rabbia. N per la sorpresa, a quel punto. E nemmeno per il disgusto che ora provo al solo pensiero di Antonio Michelangelo, no. La verit? La verit  che mi sono allineato alle direttive di costui, capisco o mi sembra di capire mentre giro la chiave e mi preparo a sentire la musica goa e l'odore di cilum rancido che sicuramente Yari ha sparso ovunque per casa, non ho chiesto altro a mia madre per obbedire a mio padre: ho reagito alla notizia di un padre, anzi peggio, di un vero padre, istintivamente obbedendogli, come se la sua assenza o meglio inesistenza non precludessero soltanto la possibilit di qualunque pretesa in tal senso da parte sua ma anche il mio prendere in considerazione l'idea di ascoltare l'eco pi remota della sua peraltro ignota voce. E invece, come se anche per me ci fosse un Graves di 100 Bullets che allo I got nothin' from that man di Loop risponde Sure you did, you got your spit of a life, mi sono messo a disposizione. Entro, attraverso i battiti attutiti della psytrance e la zaffa di cilum, non oso guardare il lavello, sar pieno di loia, ovvio, del resto pure io a lasciarci un piatto prima di partire praticamente ho autorizzato Yari a cacarci dentro se gli va...
Yari!
...
YARI!
Oi Romanels.
Romanels? Da oggi, Yari, da oggi chiamami Michelangelo. Michelangels, quindi. Non che lo dica veramente. Non gli dico proprio niente, lo guardo spuntare dalla camera con addosso i suoi calzonacci di iuta verde a spirali, messi mezzi storti, scalzo, lui che  sempre in calzerotti antiscivolo, stava scopando? Alla fine questo rimastone incontra:  per quello, forse solo per quello, che ci troviamo, abbiamo avuto la stessa educazione sentimentale, improntata a un'abbondanza estrema ma generica, e dunque non cos lontana dalla solitudine...
Sto con una, fa, piano, sottovoce. Tuttapposto tu?
Dammi un pezzetto di fumo.
Che ti prende, zio? Tu mica fumi. Mi cominci alla tua et?
Cosa vuoi, non sono mica vecchio. Dai, sgancia una canna. Che senn non mi addormento mai, mi hanno dato l'MD...
L'MD? Bella! Mi d il cinque. Che ti  preso, veramente? Sei proprio tu, zio? O ti hanno sostituito i rettiliani? Fa l'occhiolino, rientra in camera, lo sento bisbigliare qualcosa alla ragazza che  con lui, subito torna fuori con un pezzo non piccolissimo di hashish.
Cos te la fai double. Dai, rientro che senn mi scende tutta la situaz.
Questo dice double; dice zio; dice situaz; e il bello  che mi sta simpatico. Il rapporto padre-figlio... Il rapporto padre-figlio, penso mentre mi giro 'sto bozzolo con le cartine che Yari ha lasciato sul tavolo della cucina e me lo accendo dal fornello, inclinando la testa e bruciandomi comunque un ciglio, lui ha solo sei anni meno di me eppure tra noi si  formato. In quale epoca avrei avuto figli a quest'et? Cos'era, una storia di Pazienza, quella in cui lui e il fratello, piccoli, stanno andando in macchina coi genitori e lui ripensandoci si rende conto che costoro non erano altro che semplici ragazzi, un po' come i miei nell'epoca felice della prima valdarnesit (ma non era tale Antonio Michelangelo: settantasette meno ventisei, fanno cinquantuno gli anni a dividerci), certo non troppo tempo fa a trent'anni eri bello che sposato, non abitavi assieme a uno studentello, quanti anni ha Bel Ami quando comincia l'ascesa? Vogliamo dire venticinque? Quanti anni aveva Antonio Michelangelo al momento del suo matrimonio? Se quella Aurelia, figlia di primo letto, ha cinque o sei anni meno della mamma, vuol dire che  del '55 o del '56... Essendo lui del '30, si fa presto a capire che si  sposato anche prima dei venticinque o dei ventisei... Anche se poi alla mia et, in Italia, la maggioranza della gente vive con i suoi, e allora di cosa stiamo parlando? In realt stiamo parlando di dignit, che se prendessi una casa tutta per me dovrei appoggiarmi a mamma, che gi mi aiuta, gi mi regala le camicie migliori e paga qualche conto quando ne arriva uno inaspettato, la revisione della caldaia, il forno nuovo... L'effetto della canna  quello sperato, fa svanire la coda anfetaminica dell'MD senza neanche darmi ansia, spengo il mozzicone in un bicchiere con un fondaccio di vino dimenticato da Yari sul tavolo, apro la porta di camera, butto la valigia da una parte, mi tolgo giusto le scarpe e mi schianto sul letto.
Mi sveglio che  tardo pomeriggio, un'altra giornata capovolta, ribaltata, sottosopra, com' che diceva quella sigla? Stare in casa comunque non avrebbe senso, sono gi le cinque, e poi, mentre mi faccio il caff, sento di nuovo Yari scopacchiare, ci manca solo questo, finisce che viene voglia anche a me di andare a cercarmi qualche ragazzotta o peggio chiamare qualcuna, pescare nel torbido... Ora, poi, per far veloce non ci sarebbe che Rosetta, o sbaglio? Anche se in realt, a ben guardare, se uscendo mi indirizzo verso Giuf non  per questo e nemmeno per vedere qualche ragazza, per applicare a me stesso quell'inspiegato fenomeno per cui anche se solo vedi due figliole, se scambi uno sguardo dal vaghissimo e forse gi spento potenziale con una mezza balorda, temporaneamente plachi quell'ansia che a sentirtela addosso penseresti estinguibile solo chiavando: ci vado, invece, proprio per beccare gente, lo capisco perch mentre cammino e schivo i marusa che chiedono Tuttapposto fra', mi scopro a sperare, per la prima volta da quando li conosco, di beccare Gianni e Antonello. Voglia di rivedere gente, come se davvero stessi lasciando la citt, anzi come se all'orizzonte ci fosse qualcosa di fatale. Come prima di un trasferimento all'estero, di una partenza per il fronte, prima di qualcosa che potrebbe essere permanente, e certo permanenti sono Gianni e Antonello, sempre l a scrivere, o a far finta di scrivere, o farsi vedere a scrivere, in realt Gianni due libri li ha pure pubblicati - fatto sta che ogni sera, sicuro, stanno l, uno col computer e l'altro col quadernetto, sempre allo stesso tavolo d'angolo, e per un po', quando ancora facevo articoli, mi ero unito a loro, c'era chi li considerava due poser ma io lo capivo che se stavano l era perch a casa sarebbero andati in sbattimento. Ed entrando, dopo una coppia certamente al primo appuntamento (lei ha i calzoni anche se le gambe sono belle, brutto segno caro mio, se se li mette co' sto caldo...), vedo una piccola divinit con i capelli azzurri e una maglietta dei Nirvana,  rassicurante, per certi versi, il fatto che i ragazzini ascoltino ancora i Nirvana...
Tea piacie, eh?, fa Gianni apparso dietro la mia spalla con una birra in mano.
Non  male...
Sai Enrico, tu  un po' che non vieni, ma di 'sti tempi qua circolano delle ragazzotte...
Belle?
Insomma... Non proprio belle, no. Normali, diciamo. Il mio socio, qui, e indica Antonello, l lungo, chino sul quaderno, i capelli arruffati e una maglia mezza sdrucita appesa alle spalle, se ne  anche scopate un paio.
Hm-hm, fa Antonello senza alzare lo sguardo.
Ma quello che me d fastidio, anzi che me sgomenta proprio, lo vuoi sape' cos'?  il loro totale disinteresse per le lettere.
E su, Gianni. A nessuno frega niente delle lettere.
Enri', ma quelle so' studentesse di lettere, sangue de Cristo. Noi scriviamo. Tu, ragazzina che vuoi fare - anzi, che ti hanno messo in testa che puoi fare - la redattrice, la curatrice, l'editor... Perch non c' interazione?
Sarai tu senza interazione, fa Antonello.
Quello che voglio dire, Enri',  che avremmo un bisogno disperato di gente che ragioni su quello che facciamo: Molto presto il critico sar la figura pi necessaria... chi lo diceva, Pynchon? E queste mentecatte frequentano un posto dove sanno che ci sono scrittori, mica solo noi, ce stanno Caretti e Mizio che fanno la rivista, c' quel tipo, come se chiama...
Tortello?
Eh, quello. Oh, comunque un libro co' Bompiani dieci anni fa l'ha fatto... ma quelle, niente. Non leggono la nostra roba, e vabb. Ma manco te vengono a chiede', che ne so, 'na dritta per un blog, pe' un articolo. E quando qua famo una presentazione, mica le vedi...
Le presentazioni sono uno sfrangiamento di palle.
A me lo dici? Per poi magari tra cinque, sei anni, se lamenteranno che je tocca fa' le bariste, mentre quella pi furba che un po' si  interessata, magari il suo spazio se lo  creato.
Interessata a te, Gianni?
Sarebbe gi un passo avanti, fa Gianni, e mima un pugno, solo che mi becca veramente, fortissimo, sulla spalla. Poi mi abbraccia.
Allora Enriche', dove te n'eri sparito? Rechi novit?
Pi di quante ne pu immaginare la tua letteratura, dico mentre gli rendo il cazzotto al ventre. Ma aspe', finisci il discorso, dico, spazio, che spazio dovrebbero crearsi? Tre lavori per farne uno? Guarda, se passa una di quelle avvertimi, le dico di iscriversi subito a Medicina, e senza neanche trombarla.
Eh eh... Ti ho visto, sai Enriche', l'ho capito come giochi, tu non peschi qua... Quando passi, passi sempre con qualche fica... Che poi alla fine  pure la mejo cosa, le donne ti vedono due volte con una discreta, pensano subito E che, io so' da meno? Ma lo vuoi sapere cosa m'ha detto una, l'altro giorno? Ce stavo a intavola' un discorso tipo su Vollmann, che ce sta un libro suo proprio l, e quella me fa, Perchvvedi Orlando Bloom... Io la guardo. E quella: S, dai, il grande critico Orlando Bloom. Non lo conosci? Cio, te rendi conto, Enri'?
Non  anche un personaggio dell'Ulisse, Orlando Bloom?
Eh eh, tu scherzi... Ma te rendi conto? Orlando Bloom! Un'altra viene qua, no, e sai che ce tira fuori? Che scriviamo in un bar per pavoneggiarci.
Per me  cos, dice Antonello senza alzare la testa.
Nun l'ascolta', quello non  normale. Capisci, Enrico? Cio, tu, animella persa, pronta, con la tua magra triennale, un centodue a Lettere, t'immagini, a consegnarti ai ristoranti, ai call center, al ritorno al paese, in qualche arido buco della Lucania...
... Ai corsi di editoria...
... O ai corsi di editoria, s, mentre avresti qui le porte della professione letteraria, la possibilit di darti da fare, di entrare in un giro, di contribuire a qualcosa, alla crescita di una scena, e quella scena manco la vedi. Anzi, se due cristiani, dopo aver speso il pomeriggio davanti allo schermo, lo prolungano in un bar, per aggiungere tre ore di scrittura alla giornata lavorativa senza impazzire, per...
Forse, Gianni, quello che ti fa incazzare  il non riconoscimento, dico, del vostro valore.
Bah! Se sar pure sbracato tutto, ma pubblicare per questo o quell'editore vuole dire ancora qualcosa.
Mai lessi Orlando Bloom scrivere di voi.
Tu scherzi...
Senti una cosa, Gianni.
Aoh, che  'sta faccia seria all'improvviso?
Tu lo conosci Antonio Michelangelo?
Antonio Michelangelo? Certo che lo conosco. Cio, l'ho sentito nominare, letto non l'ho letto. Qua a Roma a un certo punto c'aveva pure il suo seguito... Lui anzi, e indica il socio, ha pure scritto un racconto intitolato Vita e opere di Antonio Michelangelo.
Cazzo dici.
Dico.
Non ci credo.
Hm-hm, fa Antonello dal tavolo, ma non parla di Antonio Michelangelo, parla di un tizio che si chiama come lui e viene contattato per errore dalla segreteria di un premio.
E...?
E decide di diventare uno scrittore pure lui. L'altro Antonio Michelangelo.
Ma Antonio Michelangelo non era uno scrittore. Ha scritto solo un libro. Era un dirigente d'azienda, un ingegnere. Poi un regista, un incisore...
Quello che era. Mi venne in mente scorrendo l'albo d'oro del premio, tutti 'sti nomi di vincitori di cui non avevo mai letto un libro, e ho preso quello col nome pi buffo.
 buffo?
Be' nzomma dai, Michelangelo, fa Gianni, mica Romanelli, o Innocenti come me. Lui non lo guardare, dice indicando Antonello, Zurru 'n' strano,  solo sardegnolo...
Era anche il periodo, dice Antonello, in cui ristamparono il libro... Com'era, tipo Vermi...
Serpi di Terrabassa.
Eh, esatto, uscirono un po' di articoli su di lui, e magari ci feci caso anche per quello...
Lascia stare Antonio Michelangelo, Enrico, dice Gianni, sai chi va riscoperto? Antonio Pizzuto. Uno dell'OVRA, ci crederesti?
Ingegnere, certo, dice Antonello tra s. Come Gadda.
O Volponi!, dice Gianni.
Tu non ci hai mai pensato a scrivere un libro, eh Enri'?, fa Gianni volgendosi di nuovo a me, e con un sorriso che pare quasi dire che lo d per scontato, che  naturale, che tutti vogliono farlo, anzi forse  ancora peggio, il mondo di Gianni  un mondo in cui tutti sotto sotto vogliono fare quello che fa lui, in cui tutti vogliono segretamente essere lui.
No, figurati.
Ma va'.
Ti dico di no.
Fai bene,  uno schifo scrivere i libri, dice Antonello.
Me stai a racconta' cazzate, dice Gianni.
Giuro.
Be', ce dovresti pensa'. Te sarebbe utile.
Dici psicologicamente?
Psicologicamente? Che ti prende, ora? Per il lavoro! Ormai, se vuoi un posto nella cultura, uno straccio de libro lo devi ave' fatto. E un romanzo  troppo mejo d'un saggio. Te vedrei bene. 'N vorrai mica insegna' per sempre in quell'universit farlocca?
Infatti far la SISS.
Macch SISS... Un bel dramma borghese italiano!, dice, e alza il bicchiere come in un brindisi.
Drammi borghesi italiani... Mentre andavo via da Giuf e mi giravo San Lorenzo cercando e trovando sguardi - di una barista, di una straniera carina, di una mezza punkabbestia con due cani -, e alla fine mi risolvevo a scrivere a Rosetta (Ci sei? S... Passo? Ok...), lo ammetto, ci pensavo. Ma no. A parte il saperlo fare, meglio altro, considero mentre mi indirizzo in via degli Etruschi. Meglio il fantastico. Meglio il romanzo storico, tornare sulla Resistenza, rifarsi a Fenoglio, magari proprio a Serpi di Terrabassa, o ancora una bella storia di soldati di leva che entrano per la prima volta in un campo di sterminio, gi che ormai mi sono documentato... Tipo Il grande uno rosso, solo che  tutto raccontato tramite i ricordi di uno di loro, un atto fondativo della sua visione e interpretazione del mondo prima che vada altrove a fare cose, a ottenere risultati - il che qualifica questa storia come ineludibilmente americana: immaginiamo un soldato italiano, al di l del fatto che un soldato italiano sarebbe a infilare la gente nei piombati per i lager, immaginiamo questo soldato, l'Italia non si  mai alleata con la Germania, l'amicizia Churchill-Mussolini  florida, gioviale addirittura, e oggi, 27 gennaio 1945 (questo scenario implica anche una certa lentezza dei russi sul fronte orientale), la tua pattuglia, quattro giovani alpini a dorso di mulo - hanno senso gli alpini? forse una divisione di cavalleria -, e allora, siccome ho continuato a giocare con l'idea anche mentre raggiungevo casa di Rosetta e salivo le scale, ora, mentre lei va a stappare due birre in cucina, avendo notato il computer acceso mi siedo alla tastiera e finisco su Wikipedia a scoprire che non  chiaro cosa facessero le divisioni di cavalleria nell'esercito italiano della seconda guerra, probabilmente trasportare artiglieria, si capisce solo che per le perdite venivano sovente riaccorpate, mentre una divisione alpina completa sarebbe stata composta da 14.786 uomini, 24 pezzi da 75/13, 78 mortai, 234 mitragliatrici, 252 veicoli a motore, 46 motocicli, 5327 quadrupedi, 225 carri, 57 biciclette, pure in Russia li mandavano, 'sti disgraziati, con le biciclette...
Che fai?
Scusa, dovevo controllare una cosa...
Vieni qua, mi toglie il maglione da dietro, lascio fare, parrebbe brutto continuare a leggere, anzi assecondo spegnendo lo schermo, ma mentre ci spogliamo del tutto e cominciamo a baciarci e di fatto a scopare sono ancora l, a quello penso mentre saliamo nudi sul letto, quattro mettiamo, allora, esploratori di un battaglione di cavalleria riaccorpato, penso mentre lecco, anche se qui ci stanno troppo bene gli alpini, quindi su! immaginiamo questi quattro alpini che arrivano in bicicletta ad Auschwitz. Va da s che quanto si trovano di fronte  sufficiente a chiudere subito qualunque possibilit di commedia, a rendere impronunciabile se non alla distanza - alla estrema distanza, e dopo diventer solo un marcatore aggiuntivo dell'orrore - quel U Pepn, ma cos' quela roba l? ecco i nostri alpini che scendono di bicicletta (la bicicletta, mezzo irrimediabilmente allegro, non pu in alcun modo esprimere la gravit funebre del cavallo) e procedono a piedi, spingendo la bici, guardinghi, coi fucili imbracciati, lungo la strada che delimita il campo. Quando giungono ai reticolati sostano a guardare, si scambiano parole mozze, timide, volgono sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, sui pochi vivi. Ecco, ora immaginiamo, penso mentre salgo su Rosetta e la penetro e subito ci ribaltiamo e lei sta su di me e si muove a scatti e poi a piccole onde, immaginiamo costui quando torna a casa a Belluno, ecco, questo alpino non direbbe proprio niente alla moglie o ai figli, n farebbe di quel momento di fronte alle cataste di cadaveri un atto fondativo della propria idea del mondo: ne trarrebbe al massimo una maggiore mitezza o qualche scatto d'ira... Dunque, penso mentre Rosetta accelera e chiss a cosa pensa lei, mentre lasciamo fare ai corpi, all'abitudine speziata da un velo d'incomprensione, dunque meglio un bel racconto di ragazzoni americani che liberano Auschwitz, ma allora non c' bisogno di falsare la storia, facciamogli liberare Buchenwald, la foresta di faggi, all'entrata di Buchenwald non c' scritto Arbeit macht frei, c' scritto Jedem das Seine: A ciascuno il suo, e qui per davvero sarebbe meglio se fossero italiani... mamma mia quanta roba mi ero letto sull'Olocausto quando per sei mesi avevo pensato che mi riguardasse direttamente. Se gi mi dava un brivido prima, dopo la notizia di Paolo ebreo mi faceva fremere proprio, mi terrorizzava e insieme mi attirava con forza perversa, pure Il flagello della svastica mi ero letto... Dove avevo letto, invece, di un tizio che pensava a cose brutte per non eiaculare, e proprio all'Olocausto quando veramente era impossibile tenersela? Di sicuro in qualche romanzo ebraico, se non in un film di Woody Allen... Non che ne abbia bisogno con Rosetta, siamo una macchina per fottere e infatti fottiamo duro mentre ricordo che la famosa foto con un vecchio col cappello tutto vestito bene e contrito a Buchenwald davanti a una catasta di morti, altrove spacciata per soldati alleati che portano i tedeschi a vedere cosa hanno fatto, ritrae in realt un senatore del Kentucky in visita, e il numero totale di morti a Buchenwald  tipo sessantamila, quando l'avevo letto ci ero rimasto quasi male, niente rispetto al milione di Treblinka, al milione e mezzo di Auschwitz, ma insomma si sa che il lager  un universo assoluto e generale e il computo dei morti ai singoli terminali un fatto secondario se non proprio fuorviante, e allora teniamo per buono Buchenwald oltre che gli americani, e che fine faranno questi ragazzi, clich vorrebbe che uno morisse in modo stupido a guerra praticamente finita, ci sar poi chi diventer non dico un senatore, ma comunque un grand'uomo, un personaggione democratico, ma non racconteremo la sua, di storia: noi racconteremo la storia dell'altro, quello giovanissimo che ritrover un'America aperta a ogni possibilit ma non priva di angoli oscuri, angoli che a volte prendono tutta la scena, e da l l'Italia sar qualcosa di non dato, neanche pi buona per simboleggiare l'Europa dagli Stati Uniti, meglio la Francia se qualche nazione europea egli vorr sognare negli anni Sessanta... Sta venendo? In ogni caso  un segnale. Allora sai cosa, smollo anch'io, ch tanto sono qui per questo...
Oppure - Uuuhngh! - un romanzo, s un romanzo, perch cos come un buon lavoro in quel che resta dell'industria culturale non pu prescindere dal romanzo, allo stesso modo scriverne uno sarebbe l'unico modo rimasto, almeno a uno come me, per impressionare un Antonio Michelangelo, se mai qualcosa pu impressionarlo... Un romanzo di gente che scopa, penso mentre me ne sto nell'appiccicaticcio dei nostri due corpi e Rosetta mi d piccoli morsi: non narrativa erotica, ovvio, letteratura contemporanea che utilizza il sesso per dire cose. Raccontare i fatti miei sarebbe escluso, dato che verrebbe inevitabile parlare di mia madre, di mio padre, dei miei padri, e collegare il tutto col mio comportamento con le donne... Che poi in realt per fare un romanzo incentrato sul sesso che non sia un dramma borghese, ora che non  pi plausibile darne letture iniziatiche, uno deve fare qualcosa di virulentissimo, non  che basta partire col protagonista che si fa una sega davanti allo specchio - o, che so, volendo attingere, raccontare di quando ero dalla Giulia, nei fondi, e capimmo che nell'altra stanza, al buio, suo nonno guardava dalla porta socchiusa e si masturbava scopandosi il culo con un paletto... No, no, il fatto  che  proprio difficile, oggi, fare qualcosa di veramente pesante sul tema sesso.
Come?
Scusa, pensavo ad alta voce...
Impossibile scrivere di sesso, penso mentre Rosetta si d da fare per rimettermi in gioco e ci riesce, in un'epoca in cui su Internet trovi di tutto, e gi diviso per categorie, su xWombat ci sono casalinghe americane che si infilano utensili da cucina nella fica in livecam se gli compri le cose della wishlist Amazon, tu le prendi un copricellulare e quella si ficca il cellulare nella passera, su Internet c' 2 Girls 1 Cup, cosa vuoi scandalizzare quando l si ingozzano di merda... Minimo, per attirare l'attenzione, penso abbrancando Rosetta da dietro e notando che ha aggiunto delle foto sulla testiera del letto, chi  quello? C'ha un fidanzato, adesso? Minimo, per attirare l'attenzione oggi serve una storia di snuff movie, qualcosa alla Miguel ngel Martn, anche se Miguel ngel Martn quelle cose le faceva gi negli anni Novanta, ed erano pure anni senza Internet, chi sa se basta oggi una storia, che so, di bambini fatti a pezzi col flessibile, di ragazzine thailandesi strangolate col cavo per i panni, un romanzo ambientato nel mondo degli snuff movie, anche se in realt pare che gli snuff non esistano e quindi non c' alcun mondo degli snuff, penso mentre Rosetta mi si aggrappa addosso e io mi alzo in piedi e la piazzo col culo sulla scrivania, esistono solo film sugli snuff, si tratta di un'entit cinematografica a ogni livello, da Snuff a Videodrome, da Hardcore a Linea di sangue a Tesis a 8 mm a Il coraggioso e A Serbian Film, oppure al massimo film che si  creduto fossero snuff, Cannibal Holocaust di Deodato, la serie Guinea Pig, che se non altro ha ispirato un vero serial killer, Tsutomu Miyazaki, infanticida e collezionista di piedini, che al processo scaric la responsabilit di tutto su un uomo ratto suo alter-ego - ecco! Un bel romanzo su Tsutomu Miyazaki, che tenga botta e non tracimi nell'exploitation... Ancora meglio, sui due Miyazaki, quello che fa sognare i bimbi e quello che invece li fa a pezzi, ma  anche vero che del Giappone non so che cose superficiali, e poi siamo in Italia e non ce li abbiamo forse anche noi, i serial killer?
Pensa, un bel romanzo sul Mostro di Firenze.
Come?
 un attimo finire quel che dobbiamo finire e poi andare su YouTube, Vieni Rosetta, ti faccio vedere una cosa... e mettersi l a rivedere momenti del processo. Ecco un testimone con gli occhiali fum. Il giudice:
Mario Vanni le ha mai mostrato una busta con dei peli di pube?
E quello:
Di peli di fiha!
Ecco Pacciani:
Lei possedeva un vibromassaggiatore in gomma?
Eh, ce l'ho anche di legno!
Le intercettazioni ambientali: Gli va a dire del fucile, questa maledetta diavola... Brutta maledetta puttanaccia... Quando ti vidi! Brutto animale velenoso, ma io ti taglio i' collo con un'accettata... come una zucca!
Sarebbe, temo, un libro buffissimo. Per farlo serio, penso mentre Rosetta ride e si accende una sigaretta e rimette il video dall'inizio, bisognerebbe scegliere qualche personaggio famoso dell'epoca, un Enzo Tortora, toh, diamogli anche questa colpa, un Corrado, un Pierluigi Vigna, magari proprio un Antonio Michelangelo, anche se forse non  abbastanza famoso, creare un suo alter ego come fa Ellroy con Roy Dieterling/Walt Disney in L.A. Confidential, imbastire una teoria secondo cui il Mostro di Firenze sarebbe lui e ribadire quello che pensano tutti: che quei vecchi avranno ammazzato qualche coppietta una volta, due, otto, ma erano sostanzialmente innocenti. Meglio ancora: un ragazzo, magari un amico di una delle vittime, che indaga da solo fino a scoprire il verminaio. Sullo sfondo, l'Italia slavata dei primi anni Ottanta, il Totocalcio, le cabine telefoniche gialle, una narrazione attenta a non infilarci la P2, a tenersi lontana da Alfredino e dagli spari al papa, men che meno Canale 5, meglio la crisi degli ostaggi, lo squartatore dello Yorkshire (anno violentissimo il 1981), il tentato golpe in Spagna, benissimo Bobby Sands, la morte di Albert Speer... L'81, il mio anno di nascita... Chiss cosa faceva Antonio Michelangelo, nell'81, mentre a San Giovanni Valdarno nasceva suo figlio... S, la provincia di Firenze, e non Roma o Milano, come cuore della tenebra, ombre di antichi sassi, una campagna selvaggia, i boschi del Mugello, di Vallombrosa... Rosetta mi allunga una birra, poi si butta sul letto, io dalla voce Wikipedia sul 1981 passo a:
Antonio Michelangelo (San Donato in Fronzano, 1 ottobre 1930)  un ingegnere, dirigente d'azienda e incisore italiano.
[Questa voce sull'argomento ingegneri italiani  solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia.]
Dopo la breve esperienza nella Resistenza, a cui prende parte giovanissimo, intraprende gli studi in seminario a Firenze; conseguita la maturit classica si iscrive a Ingegneria...
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Antonio Michelangelo (San Donato in Fronzano, 1 ottobre 1930)  un ingegnere, dirigente d'azienda, donnaiolo e incisore italiano.
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Antonio Michelangelo (San Donato in Fronzano, 1 ottobre 1930)  un donnaiolo italiano.
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Antonio Michelangelo (San Donato in Fronzano, 1 ottobre 1930 - Vallombrosa, 21 giugno 2007)  stato un donnaiolo italiano.
Chiss quanto ci vuole perch Wikipedia corregga i vandalismi in una pagina come questa, che di certo nessuno visita mai... All'universit riempimmo la pagina del Lanfredi, il barone, di pubblicazioni il Mulino, Laterza, Hoepli con titoli da film porno, Eiaculazione da Tiffany, Quattro matrimoni e un foro anale, roba cos, la pagina rimase a quel modo per mesi, quel fesso poi se ne lamentava, Mi hanno hackerato la pagina, invier una protesta formale, diceva, neanche si rendeva conto che poteva entrare e correggersela, be', se non altro voleva dire che non se l'era fatta da solo. Chiss chi ha fatto quella di Antonio Michelangelo, Wikipedia dice che devi aver scritto almeno tre libri per starci dentro come scrittore, e infatti lui ne ha fatto solo uno, per il cinema sar lo stesso, mentre come incisore a quanto pare  importante davvero... E poi ingegnere, quali sono i parametri perch un ingegnere possa stare o meno l dentro? Per un architetto magari dipende dai palazzi tirati su, ma un ingegnere  troppo interno alle cose, un ingegnere chimico poi, un ingegnere chimico diventato dirigente, manager se vogliamo, con che diritto sta l dentro? Sebbene le aziende, i prodotti, la tecnologia facciano, oggi, la realt pi dei libri... Forse conta il ruolo avuto in azienda, oppure i brevetti, chiss magari se mi avesse cresciuto lui, ora, invece di vagheggiarlo morto, potrei ricordare con un mezzo sorriso un suo brevetto originale, come avrebbe potuto dire la mamma quando avremmo fatto la villeggiatura su in montagna, forse proprio a Vallombrosa, e avremmo riso indicando la modifica che aveva apportato al lavello per creare un sistema di innaffiatura pi efficace, Vedi, Enrico, il nuovo brevetto del babbo... Certe risate, in quelle estati cos luminose, e io al mattino sarei rimasto incantato a guardarlo quando preparava le lastre per le incisioni...  l, cercando di figurarmi chi veramente avrebbe potuto vivere una simile scena, che capisco. Capisco che quel mio giocare a immaginarne la morte potrebbe avere fondamento in un'intuizione, pi che in un desiderio di sfregio. Un'intuizione che forse, non avessi avuto da confrontarmi con la sopraggiunta nozione di un nuovo padre, con quella di aver intrapreso un percorso spirituale menzognero, e pure con quella di possedere un quartetto di fratelli, forse avrei avuto subito: magari Antonio Michelangelo vuol vederci tutti perch sente di essere alla fine dei suoi giorni. E poi capisco che allo stesso modo in cui ho cercato lui, posso cercare anche loro. Cerco Rudra Michelangelo su Google. Otto risultati. Uno  una scheda di un... Cos', una scuola? No, pi un asilo, che lingua , svedese? .se, Svezia s... Rudra Michelangelo fddes i Florens 1979. Han studerade biologi innan han gnade sig t pedagogik... C' anche lo spazietto per la foto, ma  vuoto, c' solo una sagoma grigia. Meglio cos, forse.
Che t' preso con quel computer?
Ma niente, Rosetta, niente... Anzi, sai cosa? Te lo dico.
Cosa?
C'ho tre fratelli, Rose'.
E sticazzi?
Quattro, anzi.
Pure io ne ho uno. Sta a Francoforte.
Non hai capito. Ne ho quattro, ma non sapevo di averli. Cinque fratelli da quattro madri diverse, come i Cavalieri dello Zodiaco!
S?
 una cosa che c' solo nel fumetto, non nel cartone. Vieni qua, guarda.
Sto sotto le lenzuola, ormai. Raccontami...
Cerco Cristiana Michelangelo. Alzo un sopracciglio di fronte a sedicimilacinquecento risultati. Che sono queste cose, opere d'arte? S, tipo installazioni...
'Nsomma?
'Nsomma, mia sorella fa l'artista, dico guardando la foto di questa ragazza alta, coi capelli multicolore, in completo da uomo e guanti bianchi, le braccia incrociate sul petto, con in pugno due serpenti, spero imbalsamati... Questa deve essere una performance...
Come si chiama tua sorella?
Cristiana. Anche se a volte... Aspe', fammi leggere. A volte, dico mentre la guardo - in una foto, ride, davanti a una specie di grossa scultura d'argento, o di alluminio, a forma di ramo di corallo, sembra simpatica, sar vera quella risata? -, a seconda dei progetti, si firma Kristeva M.
Perch, altrimenti come si firma?
Be', Cristiana Michelangelo.
Ammazza che boria!
Quello  il cognome vero.
Ma non fai Romanelli?
Facevo.
Non capisco se mi stai prendendo in giro, o cosa. E i tuoi fratelli, come si chiamano?
Uno Rudra...
Rudra? Che , un nome indiano?
Penso di s.
Non ti facevo da una famiglia di strambi. Almeno da quel quasi niente che mi racconti.
Neanch'io, Rosetta. Neanch'io. L'altro si chiama Louis per, dico, e cerco Louis Michelangelo. Zero risultati. Certo, omonimi con quel cognome  difficile, mica come me, come il vecchio me, che di Enrico Romanelli in Italia ce ne sono cinque o sei, ma avere proprio zero risultati... Nulla, non un profilo, una menzione, una presenza in qualche lista di risultati sportivi, di diplomi, niente. Lui, da quel che ha detto la mamma,  in una situazione simile alla mia:  forse l'unico, questo Louis, con cui potrei trovare un dialogo, qualche punto in comune... Chiss, forse lo scopo di Antonio  pi innocente e non ha niente di luttuoso,  solo quello di farci conoscere... Certo sarebbe un modo un po' strano... Come si chiamava l'altra, quella che fa il primario? Aurelia. Ma cosa la cerco a fare, Aurelia Michelangelo, per vedere una pagina d'ospedale? E poi nella lettera non era menzionata: vuol dire che non verr? Che non  stata invitata? E perch? Certo,  un po' un peccato non andare, almeno, a vedere, a capire... Uhm, le ventuno e quarantotto... Volendo, se mi muovessi, ce la farei anche a prendere l'ultimo treno...
Che fai?
Mi vesto.
Do' vai?
In Valdarno.
Scusa?
Nel senso, ripasso da casa a prendere due vestiti e poi vado in Valdarno.
Tipo, da tua mamma?
Mia mamma sta a Viareggio da diversi anni. Poi in realt non vado in Valdarno, vado sopra al Valdarno. A Vallombrosa.
Il trenino a cremagliera!
Scusa?
La cremagliera Telfener. A Vallombrosa.
Conosci Vallombrosa?
Conosco la cremagliera. Che  l.
Ma non sei di Messina?
 una cosa che abbiamo studiato a Macchine. Cio, a Meccanica applicata alle macchine.
Pensa tu. E sarebbe?
Da quello che mi ricordo c'era questo tipo, metti un nobiluomo inventore, che per lanciare questa localit turistica ide una cremagliera tutta sua.
E cos'?
Una cremagliera?  un'asta dentata che trasforma il moto rotatorio in traslatorio. Immaginala come una rotaia dentata, che sta in mezzo a due normali, ed  l che il treno tira, attraverso un ingranaggio.
Ecco, appunto, fammi prendere il treno o lo perdo...
Scappo di corsa, torno a casa - davvero lo sto facendo? S, pare di s - recupero lo zaino, ci ficco dentro due maglie, biancheria e un paio di calzoni di ricambio, saluto Yari - Zio ma sei tornato agitato di brutto, cos', ti ha fatto male la isratrance? - e mi riavvio gi, fino alle mura di Porta Labicana e alla torre idrica e di nuovo dentro Termini, ancora una volta notturna, saluto l'omino e me la faccio in su, e mi dice bene che il treno regionale  proprio l al binario 1A. Mi dice bene finch non vedo arrivare, dalla stazione, Valeria. Pazzesco,  proprio lei, basterebbe il suono degli zoccoli svedesi per identificarla.  possibile una coincidenza del genere? Guardo l'orologio del binario accanto, al treno mancano otto minuti larghi... Vado verso di lei. Certo che quel modo di camminare che ha  irresistibile... E che due palle per. Cosa vorr, poi...
Oi, Vale! Ma  incredibile...
Incredibile il cazzo, deficiente. Sono passata a casa e quel fulminato del tuo coinquilino mi ha detto che eri qua.
Ah.
Non dirmelo, eh, che sei tornato.
Uh, vedi, io...
Non solo sei tornato. Si gira una ciocca, quasi dolente, poi scatta e mi guarda cattiva. Sei tornato, sei andato chiss dove, e adesso te ne vai di nuovo. Cio, se vuoi lasciarmi, puoi dirmelo.
Valeria... io... ti ho lasciata.
Non dicevi sul serio.
No?
Certo che no. Ma adesso mi viene il dubbio che tu sia impazzito.
Vedi, Vale... Ne sono successe diverse.
Adesso infatti mi racconti.
Ho il treno.
Macch treno.
Parte tra cinque, no, quattro minuti.
Tu stai qui e mi racconti tutto.
Valeria, ascolta... Io non lo so perch non riesco mai a farla bene questa cosa, ma, giuro, quando ti ho detto che non volevo pi stare insieme, che non ti amo pi, cristo santo, dicevo la verit.
E poi te ne sei andato a Tel Aviv.
Appunto! Oh, ferma, che fai... Ahia! Non mi tirare i capelli, ahia!
Sei solo una merda, dice con gli occhi umidi.
Poi... Poi ti scrivo a modo!
Mi scrivi? Sgrana gli occhi, improvvisamente asciutti, incredula. Mi scrive, lui! Ma vaf-fan-culo, prendi il tuo treno, dove cazzo vai, sentiamo, dalla tua mammina di merda?
Dal mio papino di merda, dico con un sorrisetto stolido.
Faresti bene ad andarci davvero, a morire ammazzato. No, scusa non volevo dirlo. Cio, s, ma per quanto riguarda te. Tuo padre magari era una brava persona... Ma non  che il lutto... Ho capito, aspetta, stai in crisi per il lutto. Tutta questa storia dell'ebraismo...
Vedi, Vale, dico prendendole le spalle, il fatto  che forse mio padre non  una brava persona. Poi ti spiegher, dai devo salire.
Spiegami ora, dice. Dal treno parte quel fischio di quando si stanno per chiudere le porte.
Dai, cribbio! Mi tocca strapparmela di dosso, mi prendo uno sputo, Ferma con quello zoccolo, che fai, ahia! Proprio sulla nocca!
In testa, te lo dovrei tirare!
Signori', che fa, sale o nun sale? Un controllore spezza la scena. Valeria tira uno sguardo di odio anche a lui, un raggio capace di ammansirlo al punto di farlo salire dalla porta successiva.
Vado al mio posto, le porte si chiudono; lei mi segue da fuori con lo sguardo. Fa segno di abbassare il finestrino. E lo abbasso: sentiamo.
Quando torni?
Non lo so quando torno.
Dove vai?
Al Saltino.
Che roba ?
Un posto in montagna.
Vai dalla tua amante?
Valeria, non stiamo pi insieme, ergo non sarebbe un'amante.
Ah, quindi vai da una donna.
No! Vado da mio padre. La guardo serio, scandisco bene le parole: Dal mio vero padre. Si placa.
Ah?
Faccio un muso ancora pi serioso, misto preoccupato-responsabile-vedi che avevo ragione.
Certo che tu, dire le cose...
Sono sorpreso quanto te, anzi di pi: questo dice, ora, la mia faccia.
Allora dai ci vediamo quando torni.
Alzo gli occhi al cielo. Va bene...
Deficiente.
Ciao Valeria, ciao, dico e mi assetto per bene, e il treno, vivaddio, mi viene dietro, se ne parte. La situazione, peraltro, non  male: vagone deserto, quadriglia quindi libera, sedili del tipo comodo, senza barriera in mezzo; finestrini non sigillati e gi aperti da qualcuno. Piazzo zaino e felpa in modo da creare un bel poggiatesta e mi distendo. Riapro la mia Bibbia. Ebreo o non ebreo, ormai vado avanti... Elkana conobbe Anna, sua moglie, e l'Eterno si ricord di lei... mentre la voce meccanica elenca le stazioni, una promessa di lettura e dolce riposo - Roma Tiburtina, Orte, Attigliano, Alviano, Orvieto, Fabro-Ficulle, Chiusi-Chianciano Terme, Castiglion del Lago, Arezzo, Montevarchi-Terranuova, San Giovanni Valdarno, e poi Figline Valdarno, Firenze Campo di Marte, Firenze Santa Maria Novella -, il paradiso, io lo so, la vera Terra Promessa  un regionale che procede placido tra i colli dell'Italia centrale... E l'inferno? Troppo facile dire come Roma? Chiss, forse  come il Saltino, anzi Vallombrosa: Milton, del resto, il Paradiso perduto lo scrisse l... Ecco per che si apre la porta del vagone dietro di me, mi giro perch temo che possa essere Valeria, ma no, non  cos matta da finire a Tiburtina... E infatti non  lei,  una ragazza un po' troppo alta ma caruccia, capelli con le punte rosa (una volta giusto i punk ma ora no, teste del genere sono normali, anzi graziose...), vestitino estivo a fiori, scarpe da skate, solo un po' grassoccia sulle ginocchia e sulle braccia, cosa che per la rende pi attraente, le dona una leggiadria prospera e scomposta... Vede che mi volto, pensa che mi volti per lei e si siede, maliziosa, sulla quadriglia subito successiva alla mia, cos da passarmi davanti e restare accessibile ma senza l'inopportuna sfacciataggine (o, peggio, l'impressione di bisogno) del mettersi in quella accanto. Non mi rendo neanche conto del mio spostarmi da lei, del chiederle Scusa, sai se questo ferma a San Giovanni, e lei: San Giovanni? E do' sta? Io scendo ad Attagliano... E cominciamo a cianare...
Chiss, forse le donne ho imparato ad apprezzarle cos tardi, con tutto ci che tale ritardo ha portato con s, proprio a causa di Paolo, un uomo talmente mite e ironico da rendere impossibile lo sviluppo di una rivalit sessuale... Mi dicessero che in tutta la vita Paolo ha conosciuto solo la mamma, neanche mi stupirei... Chiss com' andata ad Antonio, quanti casini pu aver fatto quello, in quasi ottant'anni di vita... Il suo seme,  chiaro, si poteva scorgere nella precocit, prima che l'impatto di Paolo Romanelli mi condizionasse al ribasso l'adolescenza. Mi fidanzo, infatti, per la prima volta a sei anni, in seconda elementare. Entro direttamente in seconda, s, previo esame: alcune somme e sottrazioni pi un dettato - Ciuff ciuff, fa la locomotiva... - durante il quale frego alla bambina che sostiene l'esame con me una gomma rotonda, parte di una serie di tre con stampigliati certi personaggi-macchia in voga ai tempi.  una bimba dall'aspetto ordinario, il che getta una prima ombra sull'idea di straordinariet che mia madre aveva coltivato in me, quella sua proterva convinzione che qua dentro albergasse il genio, convinzione della quale oggi, almeno, scorgo una possibile causa, e di cui quell'esame doveva essere la seconda dimostrazione pubblica, dopo l'inglese che gi parlavo alla perfezione grazie alle lezioni private della miss. Passo l'esame. Non so la bambina, che vedo per l'ultima volta dopo la consegna del dettato, quando, mostrando un'altra gomma rotonda della stessa serie, mi dice:
Hai mica visto una gomma tipo questa?
No, rispondo, e comprendo adesso che quel furto non era che una mal proiettata volont di possesso nei confronti della prima femmina con cui interagivo fuor dall'occhio dei miei genitori.
Cos, forte della collezione completa di gomme rotonde, accompagnato quel giorno anche da Paolo Romanelli, che si intrattiene brevemente, mitemente, ironicamente, con gli altri genitori e con la maestra Tonarelli, sua amica di giovent, faccio il mio debutto alle elementari Rodari di San Giovanni Valdarno. Vivo da protagonista la scena della Presentazione di un Nuovo Compagno, chiss cosa stava facendo Antonio Michelangelo in quel luned del 1987, se aveva almeno coscienza del fatto che suo figlio stava andando a scuola per la prima volta... Bello immaginare che potesse essere l in incognito, nascosto fra gli altri genitori... Certo il suo piglio, da uomo di un'altra generazione, sarebbe stato diverso... Essendo il pi piccolo, nonch nuovo, la maestra ha cura di mettermi di banco con la pi buona della classe, il che mi fa sospettare che gli altri possano essere malvagi. Di certo si conoscono tra loro, e appaiono ai miei occhi decisamente grandi. Non la Laurina, che  quasi piccola come me. Quasi, perch nei suoi occhi si legge la capacit di interagire coi compagni da pari, la conoscenza di fatti e discorsi e non detti che la rendono una della classe. Un'appartenenza guadagnata in prima, se non addirittura all'asilo, che io non avr mai. Passeranno gli anni, verr posizionato tra i migliori per quell'ovvia superiorit che hanno i bambini seguiti dai genitori, trover anche punti in comune con questo o quel compagno, ma le mie amicizie di classe non avranno mai la qualit di purezza delle altre, quelle del mare, quelle coi bambini che abitano nel mio quartiere, quelle che mi far alle medie - o quelle che legano i miei compagni tra loro. Resta inspiegato il fatto che in terza si aggiunge un'altra bambina, la Diletta, una enorme bambina, e viene subito accolta nel consesso dei pari e finanche nel concilio superiore, nel cerchio interno, nel coven di bambine composto da Viola, Benedetta e Beatrice. Per fortuna c' Laura, a cui per prima cosa ho mostrato la mia collezione completa delle tre gomme rotonde, ma anche in quel caso siamo di fronte a qualcosa di diverso. Poich io e la Laurina ci amiamo. Il fatto  incontrovertibile. Un giorno che la maestra evoca Francesco Petrarca, che ama una fanciulla di nome Laura, qualcuno grida: Enrico Petrarca. Tutti a ridere. Ma neanche lo nego, come si fa a quell'et... Arrossisco e taccio. Tra Enrico Petrarca ed Enrico Michelangelo, c' solo un Enrico Romanelli di mezzo... Vado da Laura tutti i giorni. Abita del resto dietro casa, ma ci sarei andato anche se fosse stata dall'altra parte del mondo: abbiamo quaderni segreti in comune e molte altre dolcissime bagattelle. Volentieri mi piego all'apprezzamento di cose tipo Iridella o Poochie, un botolo rosa con dei Ray-Ban da fascio sul capo, uno di quei personaggi che non nascono da una storia ma vengono creati direttamente come marchio, sparati su quaderni, penne, zaini, timbrini... Fra un timbro di Poochie e l'altro, eccoci sul suo lettuccio. Davvero, mi chiedo ogni giorno, dovrei appoggiare le mie labbra sulle sue? Non lo faccio mai, anche se il nostro fidanzamento  al sicuro. Gi al secondo giorno di scuola le ho passato un bigliettino con scritto Ti amo - e a parte quando, il quarto giorno, le ho tagliato via una ciocca di capelli con le forbici dalla punta smussata, facendola piangere tantissimo, il suo biglietto di risposta, Ti amo anch'io, non sar mai in dubbio. Il problema reale avrebbe cominciato a porsi in quinta, al volare dei primi baci veri. Viola e Benedetta baciano a destra e a manca, pianificano, agiscono, fanno debriefing (Beatrice bacia meno, quasi niente, e infatti viene progressivamente esclusa dal cerchio interno), del resto quelle due hanno sorelle grandi da spiare, da imitare... Chiss se sarei stato diverso anche per questo, mi avessero cresciuto assieme a quella Cristiana, cosa c'era scritto su Internet, 1977? Rudra di certo '81, cos diceva quel sito svedese... Emigrato, peraltro: possibile che un Antonio Michelangelo non sia stato in grado di fornire ai figli gli agganci necessari a sorti magnifiche e progressive? Chiss com' andata, poi... E poi, magari, foss'anche emersa la paternit di Antonio Michelangelo, non avrei mangiato alla loro tavola... Avrei dovuto chiedere pi informazioni alla mamma sul destino di quel Louis, di quella Aurelia... Certo, a essere un terzo o un quinto figlio, invece che l'adorato unico figlio di Paolo e Margherita, sarebbe andata in tutt'altro modo... Che dipenda o no dalla mancanza di esempi, di fratelli o sorelle pi grandi, questo  l'andazzo alle elementari: niente baci per me, mentre anche Diletta ne trova uno da ghermire, come in quelle specie di ragni dove la femmina  dieci volte pi grossa del maschio, e proprio come la ragazza dai capelli con le punte rosa potrebbe finire a ghermire me, se il viaggio durasse di pi e lei non scendesse ad Attagliano prendendosi il tempo di congedarsi a modo, sfiorarmi la mano nel saluto, dirmi Comunque, piacere, Debora... N la situazione cambia alle medie. Per carit, un buon novanta percento dei ragazzini restano fuori dai giochi; ci che non mi va  stare in quel novanta. Non avrei neanche troppo tempo per pensarci, gli amici li ho e passiamo giornate intere a giocare, a tennis per strada, a calcio al campetto, a casa coi videogiochi, ma la cosa mi pesa, n l'arrivo della masturbazione nelle vite di tutti  d'aiuto: io la scopro pescando per caso, dalla libreria di casa, o meglio dalla parte a destra, quella della mamma, e nello scaffale pi alto, libri come Le undicimila verghe di Apollinaire, Juliette e Justine di De Sade, me li porto in camera quando non c' nessuno in casa per poi sfogliarli alla notte... A volte, di fronte a quelle torture sessuali - a quelle veridiche, ma per me non interpretabili in tal senso, parodie del sesso e delle parafilie -, eiaculavo soltanto sbottonandomi i calzoni... Sentivo che non era diverso da ci che facevano i miei compagni con i giornalini porno che fregavano nelle edicole, uno distraeva l'edicolante chiedendo le cose pi strane e gli altri intanto si infilavano sotto le magliette qualche numero di Men o Le Ore, ma il fatto che quei libri fossero di mia madre rendeva il tutto pi oscuro e certamente non condivisibile con gli altri... E poi nelle Ore nessuno veniva decapitato o messo sul cavalletto... Con buona pace di Apollinaire o del Marchese, alle medie non trovo altro che seghe, come tutti, ma il nodo del sesso mi preoccupa, perch non ho nessuno con cui confrontarmi, e perch sento che si riproporr con maggior urgenza al liceo. E al liceo, pochi discorsi, c' addirittura gente che scopa. A me, neanche un bacio.  possibile? Normale? Ovvio che mi faccia qualche paranoia. Sono brutto? Non parrebbe. A una votazione in classe mi classifico secondo. Non  una classe di bellocci, ma insomma. Poi sono popolare. Persino al mare sono tra i leader - eppure, niente. Ogni tanto si vocifera anche che questa o quella mi concupirebbe. Una volta, sar stato in terza, entro in 1aF per chiedere una penna e capto una ragazza che dice alla compagna di banco Parlagli ora, parlagli, dagliela tu la penna. Ma lei niente, tutta in imbarazzo. E niente io, soprattutto: niente io. Vi era in me una sorta di paralizzante cautela che derivava da un'istintiva ripugnanza a osare, e quel che  peggio me la presentavo come una virt inerente alla mia propria natura... In simili casi, o ci si buttava sui giochi di ruolo o sullo sport. Scelgo invece la lettura.
Quando mi vede con Cos parl Zarathustra, il Corsini mi dice Cazzo fai, ti avvantaggi?
Mi avvantaggio icch?
Dico, per filosofia. Che poi Nietzsche  nel programma di quinta.
Ti pare? Lo leggo per me.
Nessuno legge questa roba per s.
Come vedi lo sto facendo.
E perch?
Perch Thomas Mann ha scritto che...
Thomas Mann! Ascolta, Romanelli, se uno legge questa roba,  per fare il grosso.
Il grosso!?
S, insomma, per mostrarsi superiore.
Ma se lo leggo anche a casa!
Allora lo fai per pensarti superiore.
In gita di terza, io son l a pensarmi superiore coi miei Karamazov nella sala comune dell'albergo quando una di quarta, tutta lentiggini, una che avrei rivisto anni dopo cicciona e con figli ma all'epoca non grassa, non brutta, certamente sessuata, mi vuol portare in camera. Dice Vieni, gli altri della mia stanza sono tutti gi. Mi afferra per il polso. Mi lascio portare fino al corridoio. C' un telefono a muro, una di classe sua che sta chiamando a casa. Ci sorride come a dire Bricconcelli... Arrivati a met scale mi sgancio:
Senti, devo prendere una cosa di l.
Di l dove?, dice, eppure mi lascia andare. Ho capito solo molto tempo dopo che aveva pensato andassi a prendere un preservativo. Vado invece dai miei amici, gi nella stanza comune dell'albergo, e ci rimango. Lei torna sotto solo dopo un po'. Non mi parla.
Gita di quarta. Certo non c'erano le gite scolastiche ai tempi di Antonio Michelangelo: come sar iniziata la sua educazione sentimentale? Avendo studiato in seminario verrebbe facile far battute... Ma no, vuoi che quel diavolaccio non avesse una fidanzatina che lo aspettava al paese... E poi pure a me i preti dicono bene: arriviamo in questa specie di campo cristiano dove ci ha portato a tradimento quello di religione, al posto di uno dei castelli della Loira previsti dal programma della gita scolastica: qui si vive come gli apostoli, dice il prof mentre ci sistema in coda per il pranzo. Dunque gli apostoli mangiavano minestra di fusilli in piatti di spessa e mal lavata plastica azzurra. Dunque i Dodici rimorchiavano una ragazzona austriaca in un auditorium improvvisato mentre un soggetto in barba e Birkenstock predica stoltaggini al microfono... L'inglese! Questo inglese impostomi a suo tempo dalla mamma funziona. Non mi rendo neanche conto che sto rimorchiando. Lei continua a guardarmi, cos le parlo. Poco dopo, quando mi alzo con lei, vedo che sto destando l'ammirazione dei miei compagni. Mi aggiro per il campo tenendo per mano la ragazzona. L'imbarazzo  profondo ma l'ammirazione di cui sono diventato oggetto lo compensa. Lei a un certo punto si volta verso di me e mi bacia. Ci resto secco per un po', poi riprendiamo a gironzolare. Neanche mi rendo conto che  il mio primo bacio, se mai questo passaggio aveva il valore che gli davano le bambine delle mie elementari...
Romanelli, tu mi farai impazza', dice il Delrio, uno di quinta, incrociandoci. Dai ranghi dell'anonimato scolastico si sta formando un eroe? (Dalle spire del DNA sta emergendo un Michelangelo?) Con la ragazzona fissiamo di trovarci in camera sua dopo la cena: gli apostoli non erano gente da perder tempo in chiacchiere.
Il mio bassoventre  fuoco e tensione. Azzardo le scale che portano all'ala C dei dormitori, ma riesco a fare un solo scalino, due. Torno indietro. Mi chiudo nei cessi, turche separate da pannelli di compensato, col vento che passa sia da sotto sia da sopra. Sto l al freddo per un po'. Poi mi masturbo. Valuto che tornare dai miei compagni dopo cinque minuti non starebbe bene. Cerco di leggere le scritte in francese sulla porta. Mi masturbo nuovamente. Ricordo di avere con me il libro. Leggo, anche se  mezzo buio. Arrivo in fondo alle pagine e non ho idea di cosa ci sia scritto. Aspetto ancora venti, venticinque minuti. Poi torno. I professori stanno riacciuffando tutti, quella di italiano gi conta le teste nel pullman, tempo due minuti ripartiremo verso l'albergo. Il Delrio mi d una pacca sulla spalla senza dire niente. Il Corsini, come mi vede salire, urla:
Signori, qui abbiamo un trombatore.
Raggiungo il mio posto, rosso e tremolante come un papavero.
Un copulatore!, urla il Corsini al microfono mentre quella di italiano riconta le teste.
Sprofondo porporino nel sedile. Cerco veloce il mio libro.
Allora io vorrei, grida ancora il Corsini, vorrei che tutti si inchinassero a...
Sprofondo nel libro, oltre che nel sedile; per fortuna quella di italiano gli strappa il microfono per fare una comunicazione.
Forse un giorno potr dire che i libri mi hanno salvato da un'esistenza esclusivamente tesa alla ricerca del piacere: che fai, se non leggi, come dai senso alle cose? Finisci nell'intrattenimento, o nelle fissazioni come quando mi appassionai ai serial killer, a meno di copulare, copulare, copulare... Neanche rimane la politica: ricordo quella volta in cui, nel luglio di sei anni fa, tornando da un rendez-vous con una di Lucca che mi ero intortato qualche giorno prima in treno, ero in macchina perch la mamma Gi che vieni in zona mi aveva chiesto di portarle un po' di roba da San Giovanni, e sulla A11, in direzione opposta alla mia, fui incrociato da una filza di camionette dei Carabinieri in assetto militare, una, due, dieci, venti, una dietro l'altra, non finivano mai, e di fronte al senso di minaccia che esprimevano, all'angoscia che trasmettevano, mi scapp un sorrisetto bieco per l'esser stato a Lucca a trombare invece che a Genova a farmele dare, come diversi compagni di facolt... Ma ai tempi del liceo sarebbe stato ridicolo anche pensarlo, che la lettura fosse un modo per dare senso all'esistenza: era solo un rifugio per la mia inadeguatezza, e infatti non si batte un mezzo chioderello neanche per tutta la quarta... Per fortuna qualcosa, coi libri, ti rimane anche dopo: nello sport, quando poi non sei diventato un campione, che fai? Certo, i libri possono fare altri danni, ad esempio farti iscrivere a Lettere: senza aver trovato Camus, Cline, Klossowski, Eliot, la Plath, nella biblioteca di casa, per non parlare di Balzac e Flaubert, di Mann e Pasolini e Dostoevskij, non sarebbe accaduto; ma  stato poi un danno? Avessi dedicato tutto il tempo che ho dedicato ai libri al lavoro, avessi fondato un'azienda (e in che settore, poi?), oggi sarei ricco? Avessi fatto sport, sarei diventato un campione? Tra calcio e tennis non  che andassi mai oltre il mediocre... Pure, devo qualcosa a un palazzetto dello sport. Capita con la Galeffi, una della D che neanche mi piace. Sono gli ultimi mesi della quinta, un pomeriggio in cui, dopo la mostra di Fisica, una specie di museo della scienza fattoci improvvisare dalla professoressa in questione, resto solo con la Galeffi.  lei che viene da me, mi parla, ridiamo di questo e quello. Ricordo adesso che prima di essere bocciata, era in classe con la lentigginosa: la quale, forse, aveva raccontato diversamente quanto (non) accaduto nella camera, in gita, due anni prima, o forse era per la reputazione che mi ero fatto al campo cristiano... Fatto sta che ora la Galeffi, bruna e un po' sgraziata, sensuale nelle labbra, negli occhi castani col mascara, si fa cos vicina che, pur con un certo disgusto, riesco non dico a baciarla io, ma almeno a non stare fermo, a spostare la bocca verso la sua; a fare il resto, ci pensa lei. Il giorno dopo si fa trovare fuori dalla scuola (questa non tergiversa, dev'essere di scuola apostolica) e andiamo al palazzetto dello sport dove i professori ci portavano a far saltelli o a sfangare l'ora con un match a pallamano, sull'altro lato della strada che dal liceo porta all'Arno. Quello stesso palazzetto in cui i nostri professori di ginnastica, interessati solo ai tornei interscolastici, ci portavano a far saltelli o a sfangare l'ora con un match a pallamano, era immancabilmente aperto, perch le due societ di ginnastica cittadine, in lotta da sempre, avevano s gli allenamenti ordinari al pomeriggio, ma al mattino sfruttavano la struttura per quelli speciali, quando riuscivano a mettere le mani su qualcuno di veramente promettente. Quando nella vasca coi cubi di gommapiuma della terza sala la Galeffi si toglie maglione e maglia in un colpo solo e poi si sgancia il reggiseno, non credo pienamente a ci che sta accadendo ma, oh, mi tolgo la maglia anch'io... Anche se era ovvio: cosa potevamo mai andare a fare, l nascosti? Appoggio la testa tra quei seni, non oso approcciare i capezzoli - non subito, almeno, ma tutto pare spingermi in quella direzione, e allora, be'... E trasecolo, nuovamente, quando lei comincia a slacciarmi la cintura. Cos, ogni volta, dopo l'amplesso, che si svolge nella vasca coi cubi o dietro di essa, in uno spazio formato da due paratie a L dove sono ammassati vari attrezzi, ma sempre nella terza sala del palazzetto, capita di risalire, da dietro, sugli spalti, e mettersi l, presi da un torpore che si fa di giorno in giorno pi distaccato, a guardare gli allenamenti di una ragazzina minuscola e fulva, una creatura di un metro e quaranta che ha il privilegio di un'allenatrice personale: una persona che dedica tutte le sue mattinate a dirti che la stai deludendo e non ce la farai mai, mai, mai, e che ogni tanto, quando ci siamo, lancia un'occhiata cattiva pure a noi, come a dire Cosa credete, che solo perch ci siete voi a guardare io divento meno severa? No: perch questa bambina o la si porta alle Olimpiadi a fare ci che io, immaginavamo parlando di lei io e la Galeffi, non sono riuscita a fare, o si muore... Chiss se ci  andata, poi... Qualche settimana dopo, quando l'anno scolastico comincia a sgocciolare e il palazzetto si riempie di luce gialla, dell'aria satura di polline degli argini a cui la deindustrializzazione comincia a rendere una natura selvaggia, ci prendiamo una libert di troppo: dopo averlo fatto ci accendiamo, o meglio la Galeffi si accende, una delle sue sigarette, l sugli spalti, d un tiro e me la passa, senza accorgersi, n me ne sono accorto io, forse per la velocit con cui accade, che l'allenatrice, fattasi folgore,  scomparsa da l sotto e ora  in piedi dietro di noi, le gambe lunghe nei pantaloni di acetato azzurro, la faccia struccata, severissima, sotto i capelli tagliati a maschio, che altre folgori lancia su noi paralizzati da un imbarazzo che sconfina nella paura; poi si accoccola, mi stacca di mano la sigaretta e mi dice Dovrei spegnertela su quella faccia di merda. La Galeffi si lascia scappare un risolino e l'allenatrice dice Rida poco, signorina, non sono scema, lo so che venite qui a fare i vostri comodi, e lo dovete alla mia pazienza se non ho ancora fatto un rapporto al vostro preside. Adesso vado ai bagni a buttare questa cosa, aggiunge fissando con disgusto esagerato la sigaretta, e quando torno voi dovete essere spariti. E noi spariamo, e non andiamo pi al palazzetto, anzi non facciamo proprio pi i nostri comodi, e le due o tre volte che vado a cercarla in classe sua, la Galeffi  fredda e muta e cos non ci vado pi; la scuola poi finisce, e quando alla festa di fine anno chiedo a una sua compagna cosa c'ha, quella mi dice che ha dovuto abortire. Quegli amplessi restano su un altro piano di realt per ancora una ventina di mesi: va avanti infatti come al liceo anche al primo anno di universit. Le occasioni si manifestano, a volte paiono volersi imporre da sole, specie al mare dove il nostro gruppo imperversa tra feste e locali, ma io non le colgo. Non scopo, eppure comincio a pascermi di una diversa e curiosa soddisfazione. In ogni momento ripasso mentalmente le ragazze a cui mi sembra di piacere, quelle con cui potrei avere una relazione. Catalogo mentale del 5 maggio 1999: Claudia, la pazza che si  trasferita nella strada accanto alla mia; Ragazza mora con occhi orientali del corso di filologia romanza; Federica, sorella di ex compagna di liceo, che incontro ogni mattina sul treno per Firenze; Altra ragazza del treno, bionda bionda, con anellino d'oro al naso; Samantha di Cavriglia, vista al pub dello Ziro; Piccoletta castana che invece allo Ziro ci lavora... Ripasso, ma non faccio niente. Solo una volta azzardo un tentativo, scrivo una letteruccia che mi pare proprio eccellente, ironica, appassionata, distaccata, buffa, romantica, tutto insieme, all'Altra ragazza del treno. Mi guarda perplessa mentre gliela porgo; mai manifester una risposta.
Giunge poi una visita agli Archivi Raccolte e Carteggi della Biblioteca Nazionale, proprio con quella di filologia romanza. C' pure la Ragazza mora con occhi orientali, neanche lei ha dato l'esame al primo anno. Mi guarda, mentre scendiamo nella pancia della biblioteca. Le parlo. E insomma si chiama Giulia. Quanto  bella, penso. Si spengono quei parametri intellettuali che dicono che, s,  davvero molto carina ma in ogni corso o quasi puoi trovarne una al suo livello, e si entra in un altro campo, quello del Chi  questa che vn, ch'ogn'om la mira / che fa tremar di chiaritate l're / e mena seco Amor, s che parlare / null'omo pote, ma ciascun sospira? La sola idea di toccarla mi pare un privilegio immeritabile; il fatto che, fra tutti coloro che la guardano, lei guardi proprio me, plausibile frutto di delirio. E per qui non si pu tergiversare, so che se tentassi vie dialettiche sbaglierei: lo sento. Non so essere qualcosa di diverso da me stesso, e se c' da fare un salto in avanti, da superare quell'antico eccesso di cautela, posso solo letteralmente superarlo: non possiedo altre armi se non quelle che furono usate su di me, cos al secondo angolo del corridoio, appena gli altri hanno svicolato, mi fermo e la bacio. Funziona, roba da matti. C' da rimanere sconcertati anche dalla velocit con cui, nei giorni successivi, si forma un incanto. Dalla naturalezza con cui l'incanto e la carne vanno a intessersi. Dal nostro darci appuntamento proprio dalle mie parti, lei arriva in treno da Firenze, di una bellezza lancinante con le calze a righe e i codini e giusto un filo di trucco sulle labbra... Dal nostro salire con la mia auto verso monte, al Saltino non ci arriviamo, no, ci basta un prato dietro Pelago...
Quando rientro a cena, Paolo:
Che c'?
Niente.
E allora levati quel sorriso da grullo dalla faccia...
Chiss perch non riesco a non pensare quella mia seconda volta come fosse la prima: c'entra forse il fatto di non essere stato ghermito io, di non aver colto la prima occasione di passaggio, ma di aver osato su un piano sul quale un rifiuto sarebbe stato doloroso, e aver trovato invece un reciproco scegliersi... Ero, eravamo, innamorati? Di certo, in quei giorni, bastava ripensare a quel momento sul prato, o pregustare il prossimo (o anche solo pensare al fatto che il prossimo sarebbe certamente giunto), per venir empito in modo travolgente da un nuovo senso del mondo: per vederlo come un motore geniale, un generatore di meraviglia in cui tutte le parti ruotano e scoccano con una puntualit che si sarebbe ben potuta dire sacra... Ridicolo? Forse: Giulia sembrava felice, s, mi guardava con quella che sembrava una languida felicit, ma non pareva concorrere a un simile trasporto. Forse c'era gi passata. E forse non era tanto inusuale il mio percorso,  andata pi o meno a tutti cos, o no? Almeno in quest'epoca: magari un Antonio Michelangelo era stato portato dal padre o da un fratello maggiore (chiss se ho anche zii ignoti, un pensiero che rispetto a tutto il resto appare soltanto buffo) in un sordido lupanare... Ridicolo, forse: eppure avevo l'impressione di aver sonnecchiato in un bozzolo fino a quel momento, rimpastandomi penosamente, e solo allora uscivo al mondo in quanto Enrico Romanelli... Pensavo questo, n potevo sospettare l'inganno, immaginare di non essere costui. Sto allora per formarmi, finalmente, e solo adesso, nella mia vera identit di Enrico Michelangelo? Chiss come sarebbe andata se fossi cresciuto con Antonio... Fatto sta che, nel piano di realt che ho vissuto, sono l a sorridere come un grullo davanti a Paolo Romanelli, e il giorno dopo mi sveglio nuovo, un veridico homo novus, come se il sesso, quel sesso fatto con Giulia - rispetto alla quale, era ovvio, il mio destino era quello dell'amore (ma quell'incanto non fu poi qualcosa di superiore all'amore, ancorch pi lieve e volatile?) e del mettersi insieme - fosse davvero un passaggio, qualcosa che separava una patetica fase larvale da quella nuova della coscienza adulta, dell'uomo che  tale poich atto alla riproduzione. La capacit riproduttiva non pu forse essere vista come una forma d'immortalit attraverso gli altri?, mi dico oggi, un pensiero che renderebbe allora plausibile una lettura iniziatica del sesso, ma allora anche dell'educazione, uno stato mistagogico dei genitori veri o presunti (come, perch no, di maestre, allenatrici e professori), e in effetti se me lo dico  solo perch c' una parte di me che ritiene, che sa, che per venire a capo di Antonio Michelangelo si deve venire a capo anche della sua capacit riproduttiva... Anche perch ci che avviene in me da quel momento in poi (giusto il tempo di abituarmi all'incanto) non rassomiglia molto a un'elevazione di coscienza, n mai pi prender contorni tali da presumerne una: da quel momento, nonostante mi metta con Giulia, come se si fosse rotto un sigillo o dovessi recuperare chiss che, inizio a scoparmi qualunque cosa abbia un cuore che pompa. Sono come lui, come un Antonio Michelangelo! Anche se forse la mamma intendeva altro, con la sua navet da svanita... Magari sto qua a identificarmi e lei intendeva che anche a lui piacciono i libri... Possibilissimo... Fatto sta che tolto il blocco, compreso che in quel campo il mio troppo pensare  dannoso, parto: il crash and burn  la mia tattica di elezione, tanto pi che non mi sfascio e non brucio. Chi  che diceva Se vuoi trovare l'amore, vestiti bene e sorridi? Io neanche mi vesto troppo bene, ma scopro che le uniche cose che contano sono aspetto e attitudine, e se hai un minimo di sensibilit nel capire con chi provarci e quando puoi tranquillamente ambire a un tasso di rimbalzo inferiore al cinquanta percento, al trenta, al venti; basta avere tempo (e ne ho), e faccia tosta (e quella, almeno, chi non ce l'ha se la pu dare), e ti scopri a scendere al dieci, al cinque, a un'incredibile prossimit allo zero. Salto le lezioni, giro per Firenze, a volte prendo il treno sull'altro binario e me ne vado ad Arezzo, a Siena, a Lucca, sempre alla ricerca di ragazze, gi il treno ne offre spesso di appetibili, di avvicinabili, e io seguo una nota senza fine che mi accompagna sempre, e che per non  il basso continuo della coscienza del membro, no, la dimensione sessuale  solo il timbro, quello che conta  l'incontro, il suo procedere, lo scegliere e l'essere scelto,  quella cosa l: come essere in qualche modo un poeta: trascinato per le strade della citt, lontano da ogni idea di dovere, di studio, di futuro, perduto solo nella ricerca amorosa, la luce interna che mi manifesta intorno l'esistenza, e reca le sue rappresentanti,  la luce con cui appunto un poeta illumina il particolare che in quel momento lo appassiona come unica verit fisica... Prendo il treno, leggo, rimorchio. Sei strano, Enrico, non sei troppo bello, eppure... Cos mi dice una volta una ragazza conosciuta, invece, a Pistoia. Irresistibile, io? All'adolescente che ancora vive in me pare incredibile.  un periodo felice. Quel periodo felice in cui un possente impulso di sviluppo porta a trionfare sui punti morti della propria natura, in cui tutto cresce e si arricchisce, e si comincia a immaginare di star costruendo una Torre di Babele destinata ad arrivare fino in cielo, e che rester invece un aborto di colosso, al quale per tutto il resto della vita non si far che aggiungere timide torrette e curiosi balconcini? No, mi dico, non lo era, n sono adesso in quella seconda fase: quel tempo sembra cos lontano ma non  neanche un lustro, ho ventisei anni, la mia vita  stata appena ribaltata, non so se mirassi allora a una Torre di Babele ma certo non vi miro oggi, io intendo accontentarmi degli edifici piccoli e solidi, senza torrette e con un solo balcone, sto per nascere ancora una volta e infatti comprendo quanto fallace fosse quella strada, quanto vuota la logica delle tacche sull'aereo, quanto rispondesse solo a un ipotetico recupero di mancanze d'adolescenza, e s che ogni volta, davvero ogni volta, mi meravigliavo di quel piccolo incanto, provavo quello che mi sembrava assimilabile a un effettivo innamoramento... Cazzate:  sufficiente, adesso, vedere quell'atteggiamento, quei pensieri, proiettati su un immaginario Antonio Michelangelo per capire quanto fossero patetici. Con quante ragazze sei stato a letto?, mi chiede Giulia un giorno. Difficile stabilire da quanto stiamo insieme, in una stagione dell'esistenza come quella adulta, dove non ci sono pi scambi di foglietti a sancire l'ufficialit. A naso, comunque, fanno otto mesi. In cui, va da s, ho praticato il crash and burn ovunque, a ogni livello:
Ventinove, dico io.
Ah, le conti?, dice gelida.
Me l'hai chiesto, ho fatto mente locale...
Hai risposto a colpo sicuro.
Vabb.
Sono tante per la tua et.
La mia et, Giulia,  la tua et. Anzi no, vero, siamo iscritti allo stesso anno, quindi sei dell'80.
Hai fatto la primina? Ovvio.
Ovvio perch?
Enrico,  ovvio, come  ovvio che sei figlio unico. O sbaglio?
Non sbagli...
Ventinove con me o oltre a me?
E basta...
Dai, rispondimi.
Con te. Certo, se mi avessi chiesto la stessa cosa qualche mese fa...
Cosa?
Niente, niente.
Dai dimmelo. Che c', sei andato con qualcuna?
Ma no, ma no... Dicevo che... che se me lo avessi chiesto sei mesi fa sarebbe stato uguale a essere stato con nessuna: perch sei l'unica che conta veramente.
Mi sorride come a dire Che razza di paraculo, ma mi bacia. Non era ancora nata, ai tempi, una vera passione per le donne, e mai forse sarebbe nata: a quei tempi ero ancora un caprone in calore, e dubito di aver superato tale stato, come dimostra il fatto che, una volta marcate le trenta, le quaranta, le novantotto, la mia ricerca si  rivolta altrove, che mi sono scoperto a cercare un legame con un mio popolo, una mia terra, addirittura un mio dio... E ora che sono tornato a essere un volgare etrusco? Sempre che Michelangelo sia un cognome toscano, di certo non suona tale... Perch non abbiamo conservato un Libro, uno straccio di Rotolo del Trasimeno, un'idea di noi tale da resistere al tempo, da collocarci? Trovare un obiettivo pi alto, s, per uscire da una logica di compensazione... Di cosa poi? Del fatto che mai avrei pomiciato a quindici anni sulle panchine al parco, che mai avrei passato un pomeriggio al chioschetto agli argini o alle panchine di piazza Garibaldi a scambiarmi baci e discorsi che posso ben immaginare oggi come stupidi? Un'escalation compensativa che al massimo ho saputo rallentare, ci sono voluti gli ultimi due anni per passare da novantotto a centonove, anzi centodieci visto che l'ultima tacca  stata proprio messa l dove cercavo altro, a testimonianza del mio non essere diverso da allora, del mio dover ancora cominciare, del mio cercare ancora una conferma di me negli altri, o meglio nelle altre... Anche Antonio Michelangelo lo faceva per esistere, per trovare un senso temporaneo alle cose? Lui per si spingeva oltre: lui inseminava... Chiss, se la Galeffi mi avesse dato un figlio forse le cose sarebbero state diverse, avrei trovato normale farne anche con Giulia o Valeria... E se tutte quelle donne, tanto per me quanto per mio padre, non fossero che oggetti di distrazione e meraviglia, ovvero esempi della nostra incapacit di entrare in relazioni naturali con le altre persone? Del resto non avevo mandato io a gambe all'aria le uniche due relazioni vere che avevo avuto, fino a ritrovarmi laggi a Tel Aviv? Lo shock per la morte del babbo, di Paolo, uno shock sordo a cui non sapevo bene come reagire (ecco un'altra incapacit) subito sostituito da una possibilit, da un segreto che celava cose potenzialmente enormi, e allora gi incontri col rabbino alla sinagoga di via Farini, nottate sui forum ebraici a capire come funzionava quando la discendenza era patrilineare, tutti quei libri sull'Olocausto, quel paio sulla Kabbalah, la Bibbia, la Torah comprata al negozietto della sinagoga solo per scoprire che  un pezzo di Bibbia... E tuttavia, giunto con grandi intenti spirituali o almeno d'identit, inspirata con commozione l'aria tiepida fuor dalla scaletta dell'aereo, suggestionatomi alla vista delle famiglie numerose, delle bandiere col sigillo di Salomone, di quell'alfabeto che grida l'arcano pure sulle insegne delle caffetterie, la prima cosa che ho fatto  stata far centodieci, con quella soldatina... O forse  solo l'unico modo che ho per entrare davvero in relazione con un luogo... Tel Aviv... Rapida visione di una citt levantina dei primi del Novecento... Barbecue sui prati prima della spiaggia... Al mattino, alla stazione degli autobus, quella luce pazza rivela una citt brulicante di soldati... Qualcosa di stupefacente, di misterioso e di doloroso... Un clima di rivelazione che per lascia oscuro e sospeso qualcosa, ma che a me rivela giusto il fascino della divisa, l'avevo sempre creduta una leggenda nata dalla propaganda, perch mai una ragazza avrebbe dovuto trovar qualcosa in un coglione in panni militari? Prova a dire la stessa cosa, o Enrico Michelangelo, quando vedi scendere, come di ritorno da miracolose gite scolastiche, tutte quelle diciannovenni in verde scuro, con quei fucili a tracolla, gli IWI Tavor, Ci pensi, Tavor, dicevo a Shiran la soldatina quella sera, quando me lo mostrava senza per lasciarmelo sfiorare, ma lei non capiva, e allora le spiegavo, e lei spiegava a me che in Israele il Tavor non c', c' il Lorivan. E lo Xanax? Cos', alprazolam? Allora qua  lo Xanagis... Chiss, forse mi occorre solo una relazione in cui stare davvero bene, forse questa competenza che ho sviluppato pu servire almeno ad avere buone chance con un'ipotetica persona perfetta per me, se mai la incontrer...
Penso questo mentre scendo dal treno e attraverso le strade deserte di San Giovanni, mentre imbocco il primo dei due strettissimi passaggi che intervallano le due grandi strade del centro, mentre sbuco senza provare nostalgia, senza provare niente se non il senso di un mutuo riconoscimento, in piazza Masaccio... Solo allora capto una vibrazione nello zaino. Uff, perch non l'ho spento? Valeria? Lo cerco, lo prendo. Ah, no,  la mamma. Non rispondo: mi avete cacciato in questo casino, almeno lasciatemi concentrare... Riprendo a camminare sotto i portici un po' tozzi della piazza, sto solo celebrando un addio consumatosi chiss quando. Addio San Giovanni, addio Roma, addio Tel Aviv, addio Viareggio, di nuovo addio Roma, di nuovo addio San Giovanni... Citt che ora mi appaiono come qualcosa di mobile, sfumato, come le foto che c'erano nel libretto di Achtung Baby - me li studiavo, i libretti, ai tempi in cui coi compagni del liceo compravamo un CD la settimana e poi ci facevamo le cassette a vicenda, ma i miei CD non sono come i miei libri, non concorrono allo scontornamento di una biografia, testimoniano di gusti musicali ordinari, e soprattutto sono un cimitero, ce li vendevano come scintillanti garanzie d'eternit e invece dieci anni dopo cominciano a perder tracce mentre libri cinque, dieci, venti volte pi antichi sono ancora l a farsi leggere... Ed eccoli qua, eccomi a casa ed ecco i miei libri, tu sei i libri che hai letto: chi lo diceva? Menino vanto altri delle pagine che hanno scritto... Chiss, magari Antonio Michelangelo vuole lasciarmi una biblioteca migliore di quella, in fin dei conti modesta, che mi ha lasciato Paolo... Modesta ma non senza qualche bel punto di luce o, pi spesso, di oscurit, anche se in realt quasi tutti quelli buoni sono della mamma... A parte qualche pezzo singolo che mi son portato via per i rientri in treno, ci che ho letto prima del dottorato a Roma  tutto ancora l, quante volte mi sono ripromesso di traghettarli senza mai farlo, troppo carico, troppa fatica, e poi quando la mamma stava ancora qua, ogni volta che venivo mi riempiva di roba da mangiare, di vaschette di sugo e fagiolini lessi, e dovevo portare quella:  quasi tutto ancora l e i miei gusti non hanno fatto altro che separare in modo ancora pi netto i libri che arrivano da Paolo da quelli di lei: da un lato, con addosso la polvere del non essere mai stati riletti, dell'essere oggi i libri di un morto, ecco Il sentiero dei nidi di ragno e tutti gli altri Calvino, poi gli Eco, i Fenoglio, gli Stevenson i Dickens e i London, un campo apollineo e placido anche nel richiamo dell'avventura, in cui a parlarmi davvero c'era solo Borges, che del resto era finito l soltanto per l'apparente affinit coi primi due; dall'altro, quei libri che ormai sono miei, eccoli l, L'uomo senza qualit di Musil; Niels Lyhne di Jacobsen, il Siddharta di Hesse e Fame di Hamsun; Petrolio di Pasolini; La campana di vetro di Plath, poi Rimbaud e Blake e Milton e Dylan Thomas, La terra desolata e i Quattro quartetti di Eliot... Poi i vari Balzac, Flaubert, Dostoevskij (Paolo, va da s, reputava superiore Tolstoj), I Buddenbrook e il Doktor Faustus di Mann (Giuseppe e i suoi fratelli ce l'ho a Roma, come tutti i Cline), fino alle cose pi estreme, Artaud le mmo, Pasto nudo, le poesie di Celan e quelle di Bachmann, I diavoli di Loudun di Huxley, I canti di Maldoror di Lautramont, Sylvie di Nerval, i Racconti di Maupassant curati da Savinio, den den den di? Fai vedere... Pierre Guyotat? Pure Le undicimila verghe... Certo, a ripensarci, ammazza per la mamma, sembra svanita ma come letture era tosta. Tosta davvero, per essere l'ex titolare di una profumeria... Aspe'.
Prendo il telefono. Vado sul registro chiamate. Clicco sull'ultima.
Pronto?
Ma'.
Sei un bel numero. Prima non rispondi, e ora chiami tu. Sei a Roma?
Sono a San Giovanni.
Di gi?
Ascolta, ma se ti dico L'uomo senza qualit...
L'uomo cosa? Possiamo parlarne domani, Enri? Stavo per dormire...
Mi pare di averti dato spago quando mi hai chiamato a Tel Aviv. Ora tu ne dai a me.
Va bene...
Dico, i libri che ci sono in casa...
A San Giovanni?
Eh. Roba tipo Artaud, Bachmann, Sade...
Mi sembrano cose piuttosto diverse tra loro...
Non  questo il punto. Le leggevi perch te le passava Antonio Michelangelo?
Cosa vorresti dire, che io non sarei stata in grado? Le leggevo perch mi piacevano!
Al babbo piacevano Calvino, Levi, la Ginzburg...
Be', qualcosa... Qualcosa, s, mi arrivava da Antonio.
Celan?
Per esempio.
O Cline.
Tipo.
O quelli che ho detto prima.
Anche.
Magari pure, non so, Balzac o Mann.
Magari...
Abbasso, quasi senza pensarci, il telefono, e resto con gli occhi sugli scaffali. E cos, se mi sono rifugiato una prima volta nei libri, e se poi ho fatto Lettere, se sono insomma un bel po' di quello che sono lo devo davvero ad Antonio Michelangelo, che ha innervato una libreria piccolo-borghese di materiali esplosivi, di autori capaci di parlarmi con parole potenti, capaci di lacerare la trama puerile della realt... Buon dio, devo ad Antonio Michelangelo anche le mie prime seghe, quando andavo di nascosto a pescare Le undicimila verghe e ne traevo un oscuro, vergognoso trasporto... Con gli occhi li scorro tutti, e alla fine, in un angolino, vedo anche quel volumetto avorio, Serpi di Terrabassa di Antonio Michelangelo, lo prendo in mano, lo sfoglio fino all'incipit, Per arrivare fino in fondo alla strada, i raggi del sole devono scendere dritti, a costo delle gelide pareti...
Ma'? Sei ancora l?
Certo.
Ma il babbo, no?
Paolo?
Dai, per favore. Antonio. Michelangelo.
Eh.
Vabb, niente.
Dimmi!
Non importa, ma'... Buona notte, ti racconto poi come  andata su a Vallombrosa, ok?
Va bene, Enri. Scusa.
Di che?
Di tutto, dice la mamma, e riattacca, senza insistere... Stavo per chiederle della Resistenza, di come avesse plasmato quell'uomo, di come si potesse diventar dirigente d'azienda dopo aver combattuto, ma cosa vuoi che ne sapesse, e cosa vuoi che ne restasse: Antonio Michelangelo  del '30, significa che quando erano successe le cose raccontate nel libro non era che un ragazzino, qualcuno ben diverso da colui che conobbe la mamma trentacinque anni pi tardi, e forse quell'esperienza gli  servita solo a posizionarsi nella storia... Sento, allora, la mia solitudine, vengo traversato dalla mia diversit, dalla mia volatilit, rispetto al me stesso che abit la casa in cui mi trovo, e s che sono solo tre anni da quando l'ho lasciata. E sento la solitudine di questa casa, il suo vuoto: i pochi spazi cavi lasciati dai libri che sono riuscito a portarmi a Roma, i molti lasciati da tutti i soprammobili e i quadri buoni che la mamma si  portata a Viareggio, e poi il vuoto del babbo, cio, di Paolo, e quello lasciato da noi due, che in questa casa non ci abitiamo pi, ed essendo vivi ci siamo portati via anche il nostro calco: questa, ora,  solo la casa del fu Paolo Romanelli, il suo mite mausoleo, penso guardando la stampa di Mordillo inquadrata sopra la sua scrivania, i suoi lapis Staedtler nella tazza col simbolo dell'istituto tecnico dove insegnava - un atomo, manco fosse il CERN -, i suoi fumetti (almeno quelli vengono da lui!), la mattonella di maiolica portoghese che risaliva al loro viaggio di nozze... Camera mia mi basta guardarla da l, voltandomi, attraverso le due porte, per sapere che  la stanza di un ragazzo che quasi non conosco e un poco mi ripugna, e capisco che non c' pi niente per me, qui, niente se non l'automobile che mi servir ad andare su: perch tutto ci che pu, oggi, attendermi, sta a trenta chilometri a monte, a Vallombrosa, e chiss cosa vuole quell'uomo; chiss cosa si aspettano, che tipi sono, quegli altri...
Trovo un risveglio tranquillo nella luce fresca del mattino, in quella luce cos familiare, e pure un caff soddisfacente nonostante la polvere residua e svaporita, polvere che  qui da quando ce ne siamo andati, polvere di Paolo... Un risveglio, un caff, cose da mangiare in casa non ce ne sono, provo dei biscotti dalla credenza bassa ma hanno preso lo stantio, cos esco e con la testa gi alla strada da fare mi fermo a far benzina, e colazione, al distributore pi vicino...
Ciao zio!
(Zio? Sar mica Yari?)
Due ragazzini, due ragazzine. Canotta Orlando Magic, DVS e glowstick a mo' di braccialetto il primo; tutto in nero con cappuccio, piercing al setto e dilatatori alle orecchie il secondo; treccine misto blu-nero, tratti orientali ed enorme maglia NHL la prima; capoccia rasata e ossigenata, piercing al setto, microtop e jeans corti Karl Kani la seconda, che dice:
Sai mica dov' che  Monte Lori?
Montelori? Certo che lo so (Viene in mente il Casprini, ai tempi del liceo, che quando una coppia di tedeschi gli chiese se sapeva dove fosse Pian di Sc, rispose soltanto: Certo che lo so),  qua sopra, dico indicando un punto generico sulle creste verdi che formano il vicino orizzonte, e rientro in macchina.
Senti, zio! Oh zio!
Cosa c', dico abbassando il finestrino.
Dico, non  che, no... Se sta qua sopra... Non  che puoi darci uno strappo?
Guarda come sorridono, dietro, le bimbe. Che poi, mica male queste raverine, quanti anni avranno? A diciotto ci arrivano? Con quelle gambette agili e per morbidelle infilate nelle scarpe a panettone, con tanto di scaldamuscoli rivoltati...
Va bene, saltate su.
Si guardano. Che presabbene questi valdarnesi, eh? Apro le portiere dietro ed entrano uno dietro l'altra, mentre Orlando Magic mi si siede accanto:
Grande, zio. Troppo top. Ti piace la tekno?
Mica tanto.
Fai vedere, che cassette c'hai?
Ah qui trovi poco,  tutta roba dei tempi del liceo...
Guccini? Mamma che merda, zio.
Guarda, ai tempi del liceo uno scappellotto non te lo avrebbe tolto nessuno. Ma in realt, vuoi saperla una cosa? C'hai ragione tu. 'Sti vecchi soloni hanno rotto le palle... E tuttavia, chi ascoltava Guccini? Paolo Romanelli, proprio lui. Certo non Antonio Michelangelo... Aspetta, dico, forse c'ho qualcosa per voi dagli anni Novanta (rovista, rovista). Tie': Roni Size.
Che storia ?
Certi miei amici di allora ci andavano matti. Drum'n'bass!
We la drum'n'basz ce sta, fa il tipo in nero, da dietro.
Oi ma partiamo o non partiamo?, l'orientale in trecciole.
Ora si parte, sorellina. Vi cercavo una musica adatta, va bene?
Mi sorride. Piccolo piercing al frenulo labiale. Ma quanto sei carina? E anch'io sorrido e parto nel sole e quasi quasi a questi gli chiedo pure una sigaretta... Aspe'.
Ehi zio, cosa ti fermi adesso?
A me gli occhi, voi quattro. Droghe, qua? Ch non voglio finire in caserma per le vostre belle canotte.
Si guardano tra loro.
Dai su, cosa avete?
Ma niente zio, Orlando guarda il tipo in nero. Quello cava dalle mutande un capsulone da sorpresa dell'ovetto Kinder.
Gua', zi', nul de che. Deu petzi d'emmedi. Un: di speed. Tre lotti di superpolline. Tutt pe' noi.
Se' superpolline, fa la tipa con le treccine, ti piacerebbe, Maxy.
Oh, polline gli' polline. Figa, Leonetto 'l fazev a dodeze...
In ogni caso un po' di fumo in pi bisogna comprarlo, dice Orlando. Dai, ripartm.
Ripartm una sega, te cost dietro prima butti via quel contenitore.
Mi guarda come fossi matto. Pure Orlando e le bimbe si scambiano uno sguardino come dire Ma senti questo che pretese.
Vabb. Vi porto su ma tu rimettitelo nei coglioni. Se ci son sbirri o altre beghe, io non vi conosco e vi ho dato solo un passaggio. Ok?
...
Ho detto: ok?
Dai s, o-kappa. Per, zio, non  male questo... Com' che si chiama? Ronny Side? Posso alzare?
E mentre Orlando gira la rotella e i bassi spezzati montano, andiamo su... Andiamo su e su arriviamo, senza incontri molesti, e alla spianata alta di Montelori, dominata dal cantiere lasciato a met di un orribile residence, ecco schierato un muro di casse di una dozzina di metri, giallo e nero come un calabrone incazzato, come a dare un senso a quell'avanzo di cemento, come a rendergli almeno dignit di scenario. Un altro muro, pi piccolo, macina raggatek una trentina di metri pi in l, sul pratone, e davanti a entrambi si agita una folla sfrenata e multiforme...
Ah per.
Visto che roba, zio?
Ma non erano finiti i rave?
Finiti? Zio, vedrai cosa mettono su quest'estate in Piemonte.
Eh, dice l'altro, nekke quest  piccoliszimo, we'.
Poi dovrebbero arrivare anche i Tekproject a montare, dice la ragazzina con le trecciole mentre scendiamo, e l'altra mi fa la linguaccia, c'ha due bullette su quella linguetta, intanto la prima si gira una cicca... Volendo si potrebbe anche stare un po' qua, conoscerle, nonostante questo casino... Censuro il pensiero salino e li saluto, da qua si tratta di attraversare Secchieta e si spunta diretti a Vallombrosa, dal lato opposto al Saltino... Praticamente un'imboscata ad Antonio Michelangelo... Li saluto e li guardo andare verso il soundsystem, Orlando si d un cinque con un soggettazzo, le bimbe si prendono per mano e si infilano saltellando tra la gente che balla, e io non vado via subito; come si perdono in quella massa ondeggiante, io, mentre metto in moto, la guardo: c' chi ride e salta e c' chi muove le braccia come se remasse, tutto serio, sotto a quel martello pneumatico, riallineandosi a un tempo serrato, i 4/4, i centosessanta, centottanta battiti al minuto, e a uno continuativo, eterno, le tracce mixate una sull'altra, senza interruzioni, secondo lo scorrere di un tempo che non  n quello del lavoro o del tempo libero n quello della storia,  tutto tempo della vita, la storia  finita e si balla sulle macerie, Attraversi Tolone, vedr che si balla nelle strade. Perch ballare in questi giorni di morte? Cos'era, Maupassant? Io per riparto e, superata la sterrata, eccomi in Secchieta, sul monte, in quell'universo pure sparso, all'apparenza astorico eppure storicizzatissimo, di fienili e antenne e ripetitori militari, di ci che fu ed  ancora pascolo, troppo alto per la villeggiatura, troppo basso per lo sci, mentre sotto gi si annunciano, come molli macchie d'ombra, le distese di abeti della foresta di Vallombrosa...
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CAPITOLO 3.
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Quando Louis si ficca a letto in una stanza dell'albergo che aveva visto salendo, e che  proprio l'Abetina, Enrico ha gi poggiato le valigie, si  lavato, cambiato e avviato a piedi verso il paese, costeggiando palazzi dalle imposte chiuse e squarci di bosco da cui spuntano casette in stile alpino coi tetti sfondati. Una bella colazione, s, sta dicendo fra s mentre svolta verso il bar e ne imbocca l'accesso.
 l che la vede. La vede attraverso la rete che separa la veranda del bar dal cortiletto dell'alimentari; attraverso la rada edera che vi cresce sopra: una ragazza la quale, per chi come lui ha fin l incrociato solo gente sopra i settanta, incluso il fantasmatico personale dell'albergo, appare ammantata da quella che non sarebbe fuori luogo definire virginale freschezza, per quanto abbia di certo passato i venticinque e vada forse per i trenta. La vede uscire con un filone di pane sotto il braccio morbido e appena imbrattato di farina, e un sacchetto della spesa nell'altra mano; ne scandaglia il vestito estivo a righe bianche e azzurre, il caschetto un po' scomposto, il viso dolcemente contrariato; nota un dettaglio a sporcarla, un piccolo ? mal tatuato dietro l'orecchio. E la vede voltarsi verso di lui, captare e ricambiare il suo sguardo prima di ripartire nel proprio tragitto interiore e materiale, per tre passi del quale la segue, studiandone le belle ginocchia, le caviglie snelle e leggermente graffiate, fino alle Superga blu scuro ai piedi; quasi sta per rincorrerla, fa a sua volta un passo, due; poi si ferma, si gira di nuovo ed entra nel bar.
Qualche minuto prima, Cristiana dava la carta d'identit all'uomo alla reception del Grand Hotel e lo guardava sorridere senza ricambiare quando ne leggeva il cognome, per lasciargli poi la valigia senza salire in camera, tornare alla fontana coi fauni e prendere a scattar foto.
Bella, eh? Una voce, adesso, dietro di lei. Una ragazza con un sacchetto della spesa da cui spunta un filone di pane, il volto che esprime una piccola tensione, quasi un volersi forzare a far conoscenza. Subito Cristiana la fotografa. Quella resta stupita dal gesto ma si avvicina, di nuovo non senza sforzo.
Doveva essere bella, dice, quando tutte le bocchette erano aperte.
Quando ero piccola, dice Cristiana, ne funzionavano tre. Tutte e sette attive non le ho mai viste. Mio padre raccontava che l'aveva costruita un urbanista che sosteneva la necessit, per la citt moderna, di essere una fontana di conoscenza strabordante, e chiss allora, aggiungeva sempre lui, cosa pensava dovessero essere le fontane!
Conosci bene questo posto, allora, dice la ragazza, guardandola con quella che adesso sembra addirittura ostilit.
Ci venivamo sempre, in estate. Una volta, proprio a questa fontana, ho perduto una macchina fotografica. Molto pi costosa di questa, dice Cristiana toccando la Canon. Oddio, perduta: me l'hanno fregata, del resto di gente strana ce n'era, pure io uscivo con un soggetto...
Che soggetto?, chiede subito la ragazza.
Ma nessuno, un tipo assurdo di qua...
In quella, Rudra si trova di fronte un alpino. Non un alpino qualsiasi: un alpino nano. Gli si avvicina sciancato, una smorfietta sul grugno.
Oh giovane, dice il nano.
Rudra si volta verso Mats, che sta scrutando l'Abbazia, un poco pi in l.
Oh Rudy, dice il nano.
Rudra fa un cenno a Mats.
Rudy, e' ti conosco.
Mats, vieni qua!
Vad r fel?, dice Mats arrivando da lui, ma quando Rudra si volta di nuovo, il nano non c' pi.
Cosa c'?, dice ancora Mats, in italiano.
C'era un nano...
En dvrg?
Eh. Ma non era un nano qualsiasi.
Era il nano Alvss?
Era un nano di quando ero piccolo. Ma sono passati venti, no, venticinque anni.
Non sono cos tanti...
Rudra alza le spalle e guarda Mats come a dire Cosa ne puoi sapere tu.
... Voglio dire, per un posto come questo.
Ascolta, Mats.
Cosa?
Se andassimo...
A posare le valigie? Sarebbe ora.
Va bene, passiamo in hotel. Ma quello che intendevo era di andare...
Da tuo padre?
A Villa Fortuna andiamo domani. Per una volta voglio dargli retta. No, voglio portarti alla casa dove facevamo la villeggiatura. Ho qua le chiavi.
Magari testiamo il letto...
Vediamo.
Louis si sveglia. Ansima, respira forte, impreca. Cos'ha sognato? Roba sgradevole, di certo. Guarda sul comodino. Niente bollitore, niente t: solo un bicchiere di plastica imbustato. Lo agguanta, strappa via il cellophane e bestemmiando tra i denti va in bagno a riempirselo. Beve e si rimette a letto, ma trova le lenzuola fredde del proprio sudore. Allora si alza a sedere, ficca i piedi nelle ciabatte, guarda l'ora sul cellulare. Non ha dormito neanche venti minuti. E ci sono due chiamate perse. 055-, un numero di qua. Guarda quel numero, ci pensa un po' su. Si decide a richiamarlo ma scopre di aver finito il credito. Sospira, si veste, esce, va verso il paese. Neanche si accorge del ragazzo che incrocia a met strada, diretto dalla parte opposta, che gli tira uno sguardo inquieto, di sottecchi.
Al banco del bar c' una donna in grembiule rosa, un poco sciupata. Lo guarda entrare con quello che sembrerebbe quasi timore.
Desidera?
Riesci a credere, le dice, che sono venuto da Bali in questo posto dimenticato?
Proprio dimenticato, non so. Almeno non questa mattina, dice lei.
Ricariche ne hai?
Le abbiamo terminate, risponde un po' incupita, forse per il suo non raccogliere la conversazione. Quando per Louis le chiede un caff, glielo fa a modo, mette pure il bicchierino d'acqua. Al momento di pagare, Louis le chiede anche un pacchetto di Marlboro. Lo sbolla con cura, fa scattare il coperchio, ne annusa l'odore.
Buone?, sorride la barista.
Una meraviglia, dice Louis, se non fumi da un anno, e ancora di pi se sei abituato alle kretek di Bali, alle Dji Sam Soe 234 di Giacarta o alle Gold Flake indiane...
Estrae una sigaretta, ammira il mlange arancio del rivestimento del filtro, una simulazione del legno, anzi del sughero, i sottili anelli grigi sul corpo della cartina, la scritta Marlboro.
Sai che l'inchiostro  pi cancerogeno del tabacco? Anche di questo tabacco caricato di ammoniaca per far arrivare subito la nicotina ai tessuti... Si sono inventati la crack nicotine, ti rendi conto?
Sta per dirle ancora qualcosa, poi un movimento attira la sua attenzione. Il movimento di due individui attorno a una Panda 4x4 verde militare, che segue con lo sguardo, spostandosi intanto dal banco verso la veranda per vederli meglio: un tipo lungo con una cesta di ricci neri e stivaletti da rocker anni Novanta; il suo socio serpentino, biondastro, tutto naso e tuta acetata; la circospezione con cui si muovono intorno al bagagliaio. N sono del tutto sprovveduti, perch il tipo coi ricci sente lo sguardo di Louis e fa un cenno a quello in tuta, che si volta verso di lui, ha un palpito alle narici e lo considera con occhi ostili. Louis incrocia le braccia. Sono pericoloso, va bene?, questo sembra leggere il serpente; ma anche Non c'entro con voi, tant' che fa cenno al riccio di muoversi.
Mentre un cumulo ascendente giunge a coprire il sole e a rendere bruna e omogenea la vertigine di abeti che gli d il fianco e sprofonda a valle, Enrico, rifocillato eppure ancora teso, con un dubbio in pi sul da farsi che gli gira per la testa, continua a salire verso il suo albergo. Sul bordo di una curva, un raggio residuo scende a carezzare uno sbuffo smeraldino: attratto da quello squarcio all'apparenza bucolico, si avvicina, solo per scoprire che si tratta di spropositate ortiche, e che su ognuna delle foglie pi grandi rist un ragno. Orribili ragni dalle zampe lunghe e sottili, i corpi bottoni gialli oppure tigrati. Ha un moto di repulsione: fa un passo indietro, due; si guarda intorno come pensando a cosa fare, poi dice Ma s, e si indirizza a ritroso, torna fino all'alimentari, entra e chiede all'omaccio che trova dietro al banco se sa dove abiti la ragazza che una decina di minuti prima ha comprato il pane l. Quello alza il mento e piega appena gli angoli della bocca all'ingi. Non va meglio con la donna al bar, che non smette di controllarsi il trucco in uno specchietto ma almeno spende un No. Enrico considera la possibilit di continuare nella direzione in cui si era avviata la ragazza, ma poi? Si riavvia allora verso l'albergo, supera la curva dei ragni e poi un palazzo in stile rinascimentale, sbarrato, e ancora, sull'altro lato, lunghi edifici bianchi, come collegi o colonie, dalle finestre pure chiuse; considera un sentiero che sale nel bosco, fa qualche passo verso il buio delle abetine, verso quell'afrore cupo di funghi e muschio e resine; infine rientra.
Per caso, conosce una ragazza con i capelli neri, corti cos?, chiede alla vecchia alla reception portando la mano sotto l'orecchio.
Ragazza? Qui di ragazzi 'un c' che lei!
Ci sono, invece, anche Rudra e Mats, sebbene da quasi mezz'ora abbiano lasciato Vallombrosa e il Saltino, e fatte altre due, tre, sei curve - ogni tanto un albero che reca ancora i segni di un lontano incendio, ogni tanto uno di quelli sulla cui corteccia, ai tempi del Mostro, erano affissi i cartelli Occhio ragazzi -, abbiano superato un bivio marcato da un cartello di legno con la scritta CASCINA NUOVA e poi la cascina stessa (che su ogni porta ne ha uno VENDESI), fino a un ulteriore bivio, dove un ulteriore cartello segnala un residence. Sopra, una strada che sale verso il bosco costeggiando le casette di cemento del residence medesimo; sotto, la strada pianeggiante che imboccano, e che, a percorrerla fino in fondo, conduce a quella che Rudra spiega a Mats essere stata la seconda casa delle loro vacanze l, acquistata dopo un periodo in affitto al Saltino; quella che sua madre, che aveva finito per odiarla, chiamava la casetta dei sogni.
E Villa Fortuna?
Mats, noi con Villa Fortuna non ci abbiamo mai avuto niente a che fare. Anche per questo  strano che mio padre ci abbia dato appuntamento l.
Villa Fortuna. Un nome che a un forestiero come Louis non poteva dire niente, che a Enrico ha richiamato qualcosa solo quando ha chiesto alla vecchia dell'albergo dove si trovasse e lei gli ha detto Quella l grande alla curva del Belvedere, e che invece risulta del tutto familiare a chi, come Rudra e Cristiana, abbia frequentato la localit: non  solo il pi imponente edificio del versante, ma anche quello che era stato il Casin. In un'epoca affatto mitologica, compresa tra la fine dell'Ottocento e l'inizio degli anni Venti, prima che l'affermazione dell'annesso Alto Adige ne spostasse le attenzioni verso le mete alpine, Vallombrosa-Saltino, e in particolare quella villa, era stata il ritrovo del bel mondo. Ancora quando Cristiana era piccola c'erano vecchissime contesse, baronesse e finanche principesse che, mai rassegnatesi al decadimento della localit, continuavano a trascorrere la stagione nelle loro ville polverose, all'entrata delle quali i labirinti di bosso erano da tempo mutati in selve e l'edera e i licheni avevano divorato le statue. Una di loro, saputo che suo padre, oltre che capitano d'industria, era anche letterato, non mancava mai di raccontarle di quando il Casin ebbe tra gli ospiti Francis e Zelda Fitzgerald - donna, a suo irrefutabile dire, volgarissima.
Cristiana sta raccontando tutto questo alla ragazza col caschetto, con la quale non ha smesso di parlare, con la quale sembra anzi entrata in una qualche confidenza, e intanto apre la cartella per mostrarle la cartolina di Villa Fortuna.
Va' l!  proprio lei!
Appena l'ho vista su eBay l'ho comprata.
E quella cos'?
 la mappa di qua, vedi, c' Vallombrosa con l'Abbazia e il Pratone, poi Santa Caterina, Saltino, il bar, il Belvedere...
L'hai fatta tu?
Tanti anni fa. Da piccola ero in fissa con le mappe. Dovendo venire qui, sono andata a ricercarla... Allora, siamo d'accordo per dopo?
S!, dice quella, gli occhi che adesso sorridono soltanto, prima di velarsi, se non pi di ostilit, di un nuovo e ancora oscuro dubbio. Poi la saluta tutta allegra e si avvia in gi, proprio verso la villa.
Cristiana la segue con lo sguardo finch non scompare oltre la prima curva. Scatta ancora qualche foto, sale per un vialetto che porta all'Hotel Principe di Savoia e fotografa anche quello; poi prende a sua volta in direzione sud. Superato il primo gruppetto di case dopo il Grand Hotel, nota un giardino. Il prato  tutto erbacce; in fondo, un gazebo arrugginito. Scatta qualche foto pure l; poi, come trovandosi d'un tratto a disagio, esce e si riavvia. Fatto un centinaio di metri, viene a trovarsi all'inizio del curvone che costeggia la rocca della villa. Alla sua sinistra, dopo un vasto e deserto parcheggio, ecco la facciata brutalista del Centro Polivalente, da cui pende uno striscione logoro: MOSTRA D'ARTE ? PREMIO SALTINO-VALLOMBROSA. Mette la Canon in modalit video; circospetta, entra. Non ci sono quadri alle pareti, solo le loro impronte. Un manifesto indica che la mostra risale a due anni prima. Ci sono un libro degli ospiti coperto di polvere e una scatoletta con dentro qualche monetina e altra polvere. E quello scatolone? Angolo del book crossing... Vecchi Harmony... Un Urania... Una guida del Touring... Un romanzo russo senza pi la copertina, tutto sottolineato... Alla fine Cristiana pesca un libriccino rossastro: Serpi di Terrabassa. Scuote la testa con un sorrisetto e lo ributta dentro.
Louis, intanto, ha cambiato un bel po' di spiccioli ed  alle prese con la cabina telefonica fuori dal bar. Le monete da cinquanta centesimi, una, due, tre, quattro, cadono dritte dalla gettoniera allo sportellino dei resti. Le rimette e di nuovo cadono. Allora ne prende una e la sfrega sulla plancia della pulsantiera, prima su un lato, poi sull'altro. Il telefono la prende. Soddisfatto, chiama il numero con prefisso 055 recuperandolo dal cellulare.
Abbazia di Vallombrosa, desidera?
Uh... S, buonasera... Ho visto due chiamate...
Lei ?
Michelangelo. Louis Michelangelo.
Ah s, certo, signor Michelangelo. Ci risulta abbia una cella prenotata in Abbazia. Non vedendola arrivare, volevamo accertarci che...
Io sono arrivato!
Guardi, non...
 il vostro sgherro che...
Sgherro?
S, insomma, guardiano, l'ometto l, che...
Capito. Ieri c' stato, vede, un... Problema. Abbiamo dovuto serrare temporaneamente e il custode deve aver avuto un eccesso di premura. Ma se si trova qua a Vallombrosa, venga pure: la stanza  pronta. O dobbiamo considerarla disdetta?  gi pagata, peraltro... Pronto? Signor Michelangelo?
Louis guarda fuori dal vetro della cabina, vede passare di nuovo quei due, il riccio e il serpente. Hanno zaini con s. Da uno spunta un manico di legno. Li segue con lo sguardo, e intanto sembra considerare altro, una perturbazione nella Forza, un dettaglio che gli sfugge.
Pronto?
S, mi scusi. Riflettevo. Va bene, va bene. Vengo.
Perfetto, signor Michelangelo. La aspettiamo.
Louis poggia la cornetta mentre osserva i due finch non spariscono in alto, in una strada di servizio, e intanto dice Eppure c' qualcosa che... Ah.
Sorride. Un sorriso che si fa subito smorfia. Sfrega un altro pezzo da 50 cent sulla plancia e lo ficca dentro. La cabina lo prende. Ne sfrega un secondo. Dentro. Il terzo. Tutto liscio. Digita: 02...
Pronto?
Ciao Pippo, come stai?
Louis! Pensa un po'. Come stai tu, piuttosto.
Tutto tranquillo. Aurelia  in casa?
 qua, te la passo.
...
Sei lass, Louis? Sei andato, alla fine...
Cosa dovevo fare?
Se vuoi, ti dico cosa fare adesso. Devi pensare che ti stai facendo un giro in montagna, niente di pi. Poi, se arriva anche altro, tanto meglio.
Ho visto Enrico.
Il nuovo arrivato?
Non ti ispira un po' di curiosit?
Col babbo ho gi dato. E non dirmi che sei l per quello.
Non lo dico.
So che pensi che nostro padre sia ricco.
 stato un pezzo grossotto, o no? Ma tu sei fortunata e non ne hai bisogno.
Fortunata! Mi chiami per dirmi questo?
No. Vedi, mi hanno telefonato dall'Abbazia.
Che Abbazia?
L'Abbazia di Vallombrosa. Non  importante, fai conto sia un albergo.
Quindi?
Quindi, come possono avere il mio numero? Facile, gliel'ha dato Antonio Michelangelo. Ma come fa ad averlo lui, visto che l'ho sentito solo attraverso la sua lettera? Spiegamelo tu.
...
Fai tanto la superiore ma ci sei dentro fino al collo.
Scusa.
E meno male avevi detto che la sua stupida lettera l'avevi buttata subito!
L'ho buttata.
E...?
Poi mi ha chiamata.
A me non mi ha chiamato, sai?
E su, Louis. Mi ha chiesto solo il tuo numero, per sicurezza.
Giura!
Giuro.
Sai cosa dovrei fare? Andare da lui senza aspettare le sue messinscene, fottermene degli altri - che tanto, chi li conosce? - entrare, prenderlo e...
Non dire sciocchezze.
Louis sbatte a posto la cornetta, quasi spaccandola, esce dalla cabina e va proprio sotto alla villa. Ne perlustra i dintorni, si potrebbe dire: scruta l'accesso basso e quello alto, considera l'altezza dei cancelli, la posizione delle finestre, poi ripiega verso l'albergo.
Rudra e Mats, invece, continuano lungo la strada asfaltata e superano due tavoli da ping pong di cemento, gi in parte inglobati dalla macchia.
Non ci sono pi.
Cosa?
Le piante di una volta.
Aha?
Rudra chiude gli occhi, li riapre: ecco le nappole, con le loro bacche spinose, che puoi scambiare per stramonio, o meglio  lo stramonio che devi stare attento a non scambiare per nappola; i cenci molli, irti di corone nere; le pannocchie rossastre degli amaranti; i fiori secchi delle carote selvatiche, la cui partita  con le cicute; i vilucchi, che come ragni rossastri si aggrappano alla terra; e pi in l una folla di cavolacci appassiti, di farinelli ancora verdi e di acetose a occupare quella che un giorno sarebbe dovuta diventare un'aiuola. Quella che oggi  un'aiuola, ancorch assediata dalla macchia, con in mezzo uno ziro in cui cominciano gi a spuntare le bocche di lupo, e intorno il fiorire sparso delle erike, delle vedovelle, dei topinambur, dei crochi...
Sai dove decisi che avrei fatto biologia? Qui. Per queste erbe. Per gli animaletti che ci vivevano. E per la piscina.
Avevate una piscina?
Qualcuno pens di metterne su una abusiva, con del cemento avanzato dal cantiere. L'idea era: si fa una buca rettangolare, due gettate, si riempie con una canna per innaffiare, e i ragazzi si divertono. Erano delle bestie, vedi, qua al residence. E niente, ci andavo soltanto io, perch un bambino si era fatto male ed era stata proibita. C'erano rane, libellule, insetti strani. Per via dell'umido. Non ci pensai pi per anni. Poi, quando finii il liceo, non avevo manco l'ombra di un'idea su cosa fare, a quei tempi pensavo solo alla boxe...
E al cazzo.
Anche. Fatto sta che mi torn in mente tutto questo e mi iscrissi a biologia.
Che poi hai lasciato.
Cosa c'entra, mi mancava solo la tesi e avevo gi vinto il bando dell'asilo.
Mi piace questa cosa.
Quale?
Che in Italia la frskola, la scuola materna, la chiamate asilo, asyl.
Se  per quello i campi estivi si chiamavano colonie, kolonier. Qua era pieno.
Ma dai, ride Mats. Poi si ferma, gli prende il braccio: Sai che sei diventato strano da quando siamo partiti?
S?
Parli!
Bah.
Andiamo, portami a quella casa che dicevi! E alla tua piscina.
Non c' pi la piscina.
La casa dov'?
Te l'ho detto,  l in fondo a questa strada.
E andiamo a vedere com' questo letto, capace che magari torni normale...
Al letto ci arrivano, l nella casetta polverosa e gelida per gli anni in cui  rimasta sbarrata, e si spogliano anche, senza stare ad alzare la trapunta coi fiori di campo a sbalzo. Ma Rudra dopo poco si ritrae:
No, dai retta Mats, non ce la faccio.
No?
Non ci sto dentro. Dai, rivestiamoci.
Sei proprio una piega.
Una piaga. Si dice piaga.
Non era male qui, invece. A parte il freddo e le ragnatele, voglio dire.
Adesso chiudiamo e ce ne andiamo. Fai vedere se abbiamo lasciato qualcosa.
Ronja, come si tira il cesso?
Aspetta, l'acqua  sicuramente staccata...
CAMILLA!
Shhh! Mats, fai piano. Ho sentito una voce.
Aprimi l'acqua...
Aspe'. Ci manca solo di incontrare qualcuno...
CAMILLA! C' LA PORTA APERTA DALLA SANTI! OOOH COST! CHE C' QUALCHEDUNO DENTRO?!
Ci mancava questa, dice Rudra, poi urla verso la finestra: NON C' PROBLEMA, CI SONO IO!
Ronja, forse  meglio se esci e ci vai a parlare.
Smettila.
Rudra, forse  meglio se esci e ci vai a parlare.
Ma no, ora se ne vanno. Ecco, l'acqua dovrebbe essere aperta...
SCUSI!
...
SCUSI, LEI!
Da non credere.
Ma che fai, spii dalle tapparelle?
Guarda che roba, da una che era, sono diventate quattro!
SCUSI!
Cinque!
Vai a parlarci.
Uff. Va bene, esco, dice Rudra, e apre la porta. Buonasera, dice poi al gruppetto di anziane l fuori.
MA LEI, l'ha mandata l'immobiliare Malvisi?
Su, Ada. Sono Rudra. Rudy. Ricorda?
Rudy? Nooo! Ma sei te per davvero? Fatti vedere!
(E facciamoci vedere, dice fra s Rudra, mentre con quell'andatura molleggiata, visibilmente controvoglia, esce alla piena luce del sole.)
Ohi ohi Rudy, ma lo sai che non ti avevo mica riconosciuto!
 proprio un bel ragazzo, dice la seconda sciura.
Era bellino anche da piccino, dice Ada. E poi: Oddio Rudra, proprio non ti avrei riconosciuto. O' la tu' mamma?
Eh, tutto bene...
E il... accenna a dire la seconda, ma Ada la fulmina. Cio, dicevo: e la Cristianina?
Cristiana...  a Londra.
Ah, accidenti! Eh, ci credo, ci credo: era tanto brava la Cristianina... Ma hai inteso, Camilla? Gli  Rudy!
Il bimbo del...
... della Santi!
Non l'avevo mica capito! Come ti sei fatto grande! E questo bel biondo  un tuo amico?
Era ora che venissi a darmi un minimo di supporto.
Non bisbigliare.
Piacere signora, Mats.
Che bel ragazzo! Tetesco?
Svedese.
Ah, meno male. E quindi state per la villeggiatura, eh Rudra?
No, no, si figuri. Siamo venuti solo a vedere come era messa la casa. Anzi, stiamo gi andando, vero Mats?
Verissimo.
GIOVANNI! GIOVANNI, VIEN QUA, LO SAI CHI ? RUDY, IL FIGLIOLO DELLA SANTI!
Santi, eh?, dice un vecchio ciantellando verso il gruppone. Certo il mondo  piccino... Non ti ricordi, eh? Noi siamo i Grazzini. Ti ricorderai di Vinicio, aveva la tua et, ora s' sposato a Bibbiena... Poi io ero amico di tuo ba-
Si  sposata, la Cristianina?, si inserisce l'Ada.
Di certo!, dice la seconda sciura. Avr trent'anni!
No, non si  sposata.
E tu, sei sposato?
Io s. Dai Mats, rientriamo. C'hai tutto? Chiudi tu il cancello? Ciao Ada, ciao Camilla, arrivederci signor Grazzini...
Nonostante la stanchezza, Enrico non riesce a dormire. Smania: e tuttavia sorride, alzandosi e guardandosi nello specchio. Sorride al fatto che a tenerlo in agitazione, pi che l'attesa per il giorno a venire, con tutto quel che porter, c' il pensiero di una sconosciuta vista per un attimo attraverso una rete... Decide allora di scendere di nuovo; magari, s, di andare a cercarla, foss'anche a vuoto. Fatte le scale, puntata gi la porta d'uscita, nota, nella sala da pranzo non apparecchiata, una persona. Proprio quell'uomo alto e grosso, di almeno dieci anni pi vecchio di lui, col pizzo e i capelli scuri e il viso tagliato da un'ombra, che aveva incrociato risalendo dal bar all'albergo. Fuma vicino all'unica finestra, aperta di qualche centimetro. Sul tavolo ci sono un palmare, un pacchetto di sigarette e un libriccino: Vivekachudama?i, dice la copertina. Accanto a lui, una valigia chiusa, con l'impugnatura tirata su. L'uomo alza appena il viso. Poi dice:
Vuoi una sigaretta, Enrico?
Potrei anche essere Rudra, no? In fondo ha solo due anni pi di me.
Rudra l'ho visto, una volta.
E Cristiana?
Due.
Hm.
Che c'?
Tu almeno li hai visti, dice Enrico avvicinandosi un poco. Certo per che...
Cosa?
No, dico, dall'espressione che hai preso, non deve essere chiss che vantaggio.
C'hai una certa faccia tosta, eh Enri'?
Si fa per parlare. In effetti potremmo cercare anche gli altri, farci due chiacchiere. Capire un po'.
Louis si rimette la sigaretta in bocca e guarda fuori dalla finestra: Io devo andare all'Abbazia. Ho la camera l. Questa mattina non mi avevano fatto entrare, adesso pare che sia pronta. Poi si volta con un movimento a scatto della testa, da rapace:
Secondo te, quanto c' in ballo?
In che senso?
Dico, quanto dovremo spartirci?
Enrico esita, poi dice: Guarda, all'inizio anch'io ho pensato che con una convocazione del genere ci dovesse essere di mezzo un'eredit, ma adesso non sono pi sicuro che...
E cosa ti aspetti, allora, da quel pezzo di merda?
Enrico resta interdetto, ma anche un po' divertito, dalla violenza di quella definizione.
Cosa mi aspetto?, dice, avanzando ancora verso Louis; fremendo, un poco intimidito dalla stazza, pi che dall'aria minacciosa, di quell'uomo - di suo fratello. Mah. Io non lo conosco, sai, Antonio Michelangelo. Quando mia madre mi ha mostrato la sua lettera, vedi, io... Aspetta!
Fuori dalla finestra Enrico vede passare la ragazza con le Superga. E lei, come chiamata dal suo sguardo, si volge all'albergo e scorge lui oltre la finestra che le sorride, anzi lascia un'impronta di s a sorriderle dal vetro, perch  gi fuori, e di corsa.
Scusa, Louis!
Enrico supera la hall, corre attraverso il cortiletto dell'Abetina e da l sulla strada; la raggiunge, rallentando il passo solo quando le  vicino.
Ciao.
Hai il fiatone, calmati, sorride lei, mettendogli la mano sul braccio.
Non volevo perderti. Qua sar piccolo ma ho l'impressione che se non becchi subito qualcuno, non lo becchi pi.
Scherzi? Qua  impossibile non incontrarsi, c' solo una strada. Cio, c' anche quella sopra, ma passa dal bosco e finisce prima di Santa Caterina. E poi siamo entrati in un periodo di grande sincronicit.
Enrico le tira uno sguardo sarcastico:
Dici?
Mi hai ritrovata, no?
Ah be', sorride Enrico, mentre quella riprende a camminare. Vai pi piano!
Non sei abituato a correre, eh?
Figurati, c'ho quasi un infarto, senti, dice prendendole la mano e mettendosela sul petto.
Dovresti fare pranayama.
Non sono religioso.
Non  mica una religione!
Guarda che sto scherzando.
Altrimenti, respirazione olotropica!
... E poi ti ho detto una bugia. Non sono pi religioso. Il mio quarto d'ora l'ho avuto. Comunque, piacere, Enrico, e le prende la mano anche con l'altra e gliela stringe e poi le fa il baciamano, accennando un po' goffamente il gesto di inginocchiarsi. Lei sorride ancora, e non la sfila dalle sue prima di aver detto:
Nicoletta. Poi si stacca, ma con delicatezza; riprende a camminare. Sto andando, dice, anzi scusami se corro, da una regista che...
Una regista?
S, regista, artista, una che deve fare un video su questo posto e mi vuole intervistare.
Uno pensa che a Vallombrosa non ci sia niente... Sai che mentre venivo su ho visto un rave? Magari  ancora in corso, dice Enrico camminandole a fianco mentre superano una villa sbarrata con le travi.
Vuoi andarci?
Non  roba che fa per me, ma era interessante. Sembrava...
Sentiamo la sparata.
Vabb, allora non te la dico.
Dimmi, scherzavo.
No, no...
Conosci il Moksha? Lo fanno su da noi,  pi un goa, una volta ci sono stata a insegnare yoga ma erano tutti in mina...
Certo che  strano qua, dice Enrico, non avevo mai fatto caso a tutte queste case in stile medievale.
E quelle in stile svizzero le hai viste? Non sembra neanche di essere in Toscana, pi dalle mie parti.
Trentino!
Val d'Aosta. Ti sembro trentina, scusa?
E insomma, questa artista?
In realt sono stata io a fermarla. Ho visto 'sta tipa tutta in nero, una alta, rasata, che faceva foto in giro, e ho pensato subito fosse qua per Antonio Michelangelo.
Enrico a quelle parole si ferma. Si blocca proprio, raggelato, sulla strada. Guarda Nicoletta, la gioia della seduzione al debutto che si ritrae sull'orlo di una specie di incubo liquido, che tracima dal suolo e dalle cose intorno, trasfigurandole, e da cui solo la figura di lei appare immune, pur essendone il tramite, il ripetitore.
Anche tu sei qua per lui, no?, dice Nicoletta, poi vedendo che Enrico non risponde, lo prende per il polso, come a smuoverlo: Se vuoi continuare a parlare vieni per, non mi piace far aspettare la gente.
Si chiama... Cristiana, questa... artista?, chiede Enrico, piano, quasi sussurrando, mentre riprende a camminare al passo di Nicoletta.
Esatto! La conosci gi?
S... Non...
Cosa?
Non so se voglio incontrarla, sussurra Enrico, almeno non adesso... Poi rallenta un poco: Chiederle o no di Antonio Michelangelo, di cosa abbia a che fare lei con costui? Dirle o no che Antonio  suo padre, della lettera e tutto? Chi , poi, questa ragazza? Ancora una sorella? Ci manca solo l'incesto... No, una cos, con tratti cos... francesi... Certo nei libri della mamma, ovvero di Antonio Michelangelo, una qualche prevalenza di roba francese c'...
Non voglio disturbarvi, dice alla fine.
Ma va' se ci disturbi! E poi, se gi vi conoscete...
Dove... dove te la farebbe questa intervista?
Mi ha chiesto di andare alla cappella di Santa Caterina, sai l dove c' la fonte? Sar a tre curve, ormai.
Senti, facciamo che... Ti va se ci becchiamo, ma dopo? Ora... Ora, davvero, non voglio disturbarvi.
Ma ti giuro, non...
Nicoletta, dice Enrico prendendola per le spalle e guardandola negli occhi, e lei gli d l'impressione di aver riconosciuto qualcosa nei suoi (in quegli occhi piccoli, neri e scintillanti: nei beady eyes), s, Cristiana in qualche modo la conosco, ma non credo sia il momento per me di incontrarla. Non ora. Dammi il tuo numero. Ci beviamo una cosa al bar, dopo, vuoi?
Magari dopo cena, dice lei un poco titubante, prima di dargli il numero. Lui se lo ripete mentalmente e se ne va. A pi tardi!, urla dopo qualche passo. Lei gli fa ciao con la mano e lo guarda come a dire Sei un po' strano, tu.
Enrico cammina e intanto trascrive il numero sul cellulare, e gi si pente di non averle chiesto in che senso lei  qui per Antonio Michelangelo, per quale ragione  in grado di presumere che altri siano qui per lui.  costei al corrente della convocazione in atto? No, sembra altro, anche il fatto che non colleghi Cristiana conferma che non  figlia sua... Una sesta sorella, a questo punto, non sarebbe cosa di cui stupirsi, ma no... C' altro!, si scopre a dire Enrico ad alta voce, tornando verso l'Hotel Abetina e notando sotto di esso, e sotto il primo macchione di aceri, sormontato da un pugno di abeti, una vasta struttura, un vero e proprio castellare, di cui si intravvedono, colpite dal sole che gi accenna a declinare, finestre Liberty a vetrata, istoriate di scenari verde palude, spruzzi rossi di papavero, forme sinuose di gigli...
Cristiana intanto ha recuperato l'automobile e mosso a sua volta verso il residence. Al secondo bivio prende diretta la strada in basso; rallenta quando scorge due figure: la prima bionda, lunga e dinoccolata, l'altra mora, pi bassa, coi fianchi stretti e le spalle larghe... Rallenta ancora. Punta la camera e suona il clacson: si voltano. Attraverso l'obiettivo Rudra le fa ciao con la mano; lei scatta. Poi ferma l'auto, scende, mette la camera in modalit video e tenendolo inquadrato dice:
Sei venuto, alla fine.
Che fai?
Riprendo. Poi ti spiego.
Ciao Cristiana...
Ciao Mats, tutto bene? Avrei giurato che Rudra non sarebbe venuto.
Mi ha convinto la mamma, dice Rudra.
Scusa?
Giuro. La chiamo per dirle della lettera, mi dice che gliene avevi gi parlato tu.
S, ma a me ha detto qualcosa tipo Non andrai a dare spago a un uomo affetto da una grave forma di disturbo istrionico della personalit!
Stessa cosa a me. Ma dopo un paio d'ore mi richiama. Mi fa, Senti Rudra, forse  stupido... Per mi  venuto in mente che una volta, tu non eri ancora nato, eravamo a cena, avevamo ospite Alejandro, quel collega del babbo, ricordi? Parlavamo di qualcuno che si era preso un malaccio e a un certo punto il babbo disse: Se capita a me, altro che oncologia, io saluto il pubblico con un gesto plateale.
Mi sembra solo paranoia. E quello, un classico discorso alla Antonio Michelangelo, dice Cristiana.
Non  che il babbo sia nuovo a gesti plateali.
Nella lettera non parlava di malattie.
Cosa vuole fare secondo te?
Magari ci sta solo aspettando, pieno di iktsuapork.
Di che?
Parola inuit che indica la tensione per l'imminente arrivo degli ospiti. Sai, prima di decidermi a venire, stavo mettendo su un progetto sulle parole che indicano le emozioni pi strane...
Che hai fatto qua?
Cosa vuoi che abbia fatto. Ho mangiato. Ho visto un giardino dove giocavo da piccola con un bambino, Martino mi pare si chiamasse, poi sono stata al Centro Polivalente...
Cos'?
Non ricordi quando parlavano tutti di rilancio? Doveva passare da l, anche pi che dalla riattivazione della pista da sci di Secchieta. Ci fecero la discoteca. Dopo due anni chiuse...
Ricordo quando mettevi quella minigonna di similpelle bianca. Quanti anni avevi, quindici?
Stendiamo un velo...
Fai vedere che foto hai fatto, dice Rudra, e le va dietro. Questi siamo noi...
Cristiana si volta: Vieni qua, fatti abbracciare. Poi, quando Rudra si stacca, aggiunge: Comunque, per me c' altro.
Che altro?
Qualche sorpresa. Forse una donna che dovremo conoscere.
Conoscendo il babbo, non sarebbe una sorpresa. Noi siamo stati alla casa, vuoi le chiavi?
No, no. Qua mi sa che torno pi tardi. E poi tra poco devo fare un'intervista, dice Cristiana. Rimonta in macchina, fa manovra sbattendo il paraurti sulla staccionata a bordo strada e riparte verso Saltino.
Louis intanto imbocca il portale delle mura abbaziali, che stavolta trova spalancato; supera gli orti, attraversa quello delle seconde mura, oltrepassa un cortile pi piccolo su cui incombe una facciata dotata di un mezzo portico a colonne e infila il pi grosso dei tre portoni che si trovano l sotto. Lo spinge ed entra di slancio, ma non si ritrova in un foyer o davanti al bancone di una reception come si aspettava, bens in chiesa. Nel buio e nell'oro dell'unica grande navata e sotto gli affreschi a raggi e nuvole della decorazione settecentesca. E se in un altro momento avrebbe mandato a fanculo la Madonna dipinta sulla pala dell'altare maggiore e tutti i Cristi e i Santi appollaiati in giro, ora fa invece un passo, due, lascia che la porta a molla gli si chiuda dietro e sigilli il buio. Avanza piano, all'apparenza per vedere meglio se c' qualcuno, ma in realt con modi che sono pi quelli di chi trovi seducente quello spazio, e in particolare la cappella sulla sinistra, sul cui ingresso  affisso un cartello scritto a pennarello rosso che dice CAPPELLA DELLE CONFESSIONI - ed  difficile, davanti a un cartello del genere, a una cappella del genere, trovati a quel modo, non dirsi, almeno, un Quasi quasi entro e gli racconto, s, gli confesso tutto...
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FINE Parte 1.